martedì 18 luglio 2017

Maiale in agrodolce Gluten Free

18 luglio 0 Comments

Bentrovati, carissimi Naviganti! 
Siamo di nuovo qua a parlare di gastronomia gluten free e per rimanere in tema con i post più recenti (vi ricordate la cenetta orientale?), quest'oggi vi racconterò cosa ho preparato a mio marito qualche sera fa. Seguendo sempre la strada della cucina orientale, questa volta mi sono cimentata nel maiale in agrodolce. E' un piatto non semplicissimo da realizzare, ma se vi accontentate di una versione amatoriale senza la pretesa di realizzarlo come al ristorante cinese/giapponese, vi assicuro che non resterete comunque delusi. Noi lo abbiamo usato come piatto unico, abbinandoci soltanto un pochino di riso bianco. 

Il maiale in agrodolce esiste in due versioni, una pastellata e fritta (quella tradizionale cinese) e una no. Personalmente ho deciso di non friggere i bocconcini di maiale e di lasciare il piatto il più naturale e leggero possibile.

Andiamo a vedere come funziona! 

Ingredienti (per due persone come piatto unico):


  • 400 gr di lonza (o polpa, se volete pastellare e friggere) di maiale
  • 1 spicchio d'aglio
  • Salsa di soia Tamari (l'unica senza glutine)
  • Olio di semi di girasole
  • 1/2 peperone giallo
  • 1/2 peperone verde
  • Aceto di vino bianco
  •  100 Gr. di zucchero di canna
  • Ananas in succo (non in sciroppo)
  • 200 Ml di passata di pomodoro
  • Maizena 
  • 200 Ml di acqua
  • Zenzero fresco

Iniziamo asciugando la carne con uno Scottex, poi tagliamola a piccoli cubetti di circa due centimetri (nel mio caso, che ho usato la lonza, a listarelle). 

A questo punto prepariamo la marinatura. In un boule di vetro andiamo a mettere l'aglio tagliato a pezzettini, lo zenzero grattugiato, due cucchiai di salsa di soia Tamari e uno di aceto. Mettiamoci a mollo la carne, mescoliamo, e mettiamo in frigo a marinare finché non avremo terminato di preparare il resto. Coprite il boule con la pellicola. 


Laviamo e tagliamo a listarelle i peperoni, eliminando ovviamente i semi e le coste interne bianche. Se volete potete anche pelarli, prima. 

Nel Wok versate un cucchiaio d'olio di girasole e quando sarà caldo fate saltare i peperoni qualche minuto. Una volta pronti, spegnete la fiamma e toglieteli dal fuoco. 


Andiamo ora a preparare la salsa agrodolce. 

In un pentolino mettete la passata di pomodoro, lo zucchero, l'aceto, la salsa di soia e il succo dell'ananas che avrete tenuto da parte. Portate la salsa a ebollizione. Sciogliete due cucchiai di maizena in acqua fredda e versate il composto nella salsa. Continuando a mescolare, piano piano vedrete la salsa agrodolce addensarsi. Una volta raggiunta la giusta consistenza, spegnete.

A questo punto prendete la carne dal frigo, scolatela dalla marinatura e versatela nel Wok insieme alle verdure. Non ci metterà molto a cuocere. Saltatela finché non vi sembra cotta al punto giusto, assaggiate e, se è il caso, correggete di sale con la salsa di soia Tamari. Unite ora la salsa agrodolce. 


Quando ormai il piatto è quasi pronto, aggiungete circa 4 fettine di ananas tagliate a dadini. Fate saltare un paio di minuti ancora e servite il vostro maiale in agrodolce ancora caldissimo. 


Per qualsiasi nozione inerente la celiachia, invece, vi rimando all’unico sito davvero attendibile nel quale potrete trovare risposta a ogni vostro dubbio. Il sito dell’Associazione Italiana Celiachia, AIC. Se però avete qualche domanda, più che altro incentrata sulla nostra esperienza personale, scrivetemi pure.

mercoledì 12 luglio 2017

La Tigre - Joël Dicker

12 luglio 0 Comments

Torno a parlare di libri dopo un po' di tempo, accantonando per qualche giorno i post sulla cucina Gluten Free. 

Oggi voglio parlarvi di un lavoro di Joël Dicker, ovvero La Tigre

Parliamo di un racconto che potrei definire breve, soprattutto se messo a confronto con altri suoi libri come La verità sul caso Harry Quebert (ricordate la mia breve recensione?) o Il libro dei Baltimore. Entrambi alti come un elenco del telefono di Città del Messico. 
La Tigre è un raccontino che potrete leggere in meno di un'ora, scritto da Dicker quando aveva appena vent'anni e non era ancora un caso editoriale. 

Il ragazzo, neoscrittore, ci racconta di una grossa tigre che sta sconvolgendo le lande siberiane, uccidendo e massacrando le persone in modo quasi intelligente e strategico, lasciando dietro di sé scie di sangue e un sentimento di puro terrore negli abitanti della zona. 

La notizia giunge alle orecchie dello Zar e di tutta la città di Sanpietroburgo, grazie a due monaci, testimoni dello sterminio avvenuto nel piccolo villaggio di Tibié. Inizialmente il pensiero comune è che si tratti di un episodio isolato, ma in poco tempo diventa chiaro che quella tigre non ha nessuna intenzione di fermare il suo personale massacro. Lo Zar, molto preoccupato di salvaguardare i suoi interessi finanziari e che ancora non riesce a convivere con la notizia che la Russia abbia ceduto l'Alaska agli americani per quattro spiccoli, decide di piazzare una grossa taglia sulla testa di quella bestia. Se non potrà sfruttare l'Alaska, allora lo farà con la Siberia, ma prima dovrà liberarsi di quella creatura sanguinaria. 

In parecchi si metteranno quindi sulle tracce dell'animale per eliminarlo e incassare la taglia, ovvero il proprio peso in oro, ma solo un ragazzone ventenne, Ivan, sarà così "fortunato" da incontrarla più di una volta. 
Siamo nel 1903 e Ivan Levovic, figlio di un falegname, di certo non per interesse verso la sua patria o il suo popolo, ma piuttosto per il vile denaro, decide di mettersi in marcia e tentare la sorte. Col suo peso in oro, potrà finalmente risollevarsi dalla miseria nella quale vive da tempo e provare a tutti il suo vero valore.
Come un novello investigatore, Ivan si reca sui luoghi dei delitti, interroga le persone, cerca indizi sul passaggio della tigre e tenta di capire come l'animale si muove al fine di anticipare le sue mosse e ucciderlo. 

Determinato, armato e pieno di coraggio, alla fine riesce nel suo intento e, dopo molto tempo, si trova ad affrontare la bestia tanto temuta da tutta la Siberia. Bestia alla quale nessuno è mai riuscito a sopravvivere. 
I due si scontrano, ma ad avere la peggio è Ivan, il quale però non soccombe, ma resta solo ferito perché la tigre, a un certo punto della lotta, dopo aver ucciso il suo cavallo, lo lascia andare quasi con disinteresse. 

Per Ivan, ferito nell'orgoglio più che nel corpo, la sfida muta quindi di significato. Quella che era solo una caccia a scopo remunerativo, diventa una questione personale, di principio. Una questione d'onore.

Perché la tigre lo ha ignorato e l'ha lasciato vivere? Possibile che non lo ritenga un degno avversario? 

Ivan ora è pronto per qualsiasi cosa, compreso diventare una bestia anche lui, annullando la sua stessa umanità e moralità, pur di uccidere la tigre che ha osato umiliarlo.

E qua mi fermo. 

La tigre è un racconto da leggere in un battibaleno. Basta una mezz'ora. E' cortissimo e finisci inevitabilmente a pensare "visto che è così corto, voglio vedere subito come finisce".

L'animale protagonista della storia è enorme, una tigre fiera, terribile e quasi mitologica, con zanne enormi e occhi come bocche di cannone. Dicker la racconta in modo velato, laterale, quasi a lasciar intendere che non si tratta solo di un animale, ma di un concetto. E' il mostro che si nasconde dentro ognuno di noi e che per ognuno di noi assume di un diverso significato.

Questo sottilissimo libro è in realtà una grande riflessione sulla mediocrità umana. Perché alla fine, il nostro peggior nemico, siamo proprio noi stessi. 


Da IBS:

Joël Dicker è nato a Ginevra nel 1985. La verità sul caso Harry Quebert è il suo secondo romanzo. Il primo, Les derniers jours de nos pères, ha ricevuto il Prix des écrivains genevois nel 2010. La verità sul caso Harry Quebert ha ottenuto il Grand Prix du roman de l’Académie Française 2012 e il Prix Goncourt des lycéens 2012, ed è tradotto in oltre 25 paesi. Nel 2016 Bompiani pubblica La tigre.

domenica 9 luglio 2017

Calamari ripieni bufala e friarielli Gluten Free

09 luglio 0 Comments

Bentrovati, carissimi Naviganti :)

Rieccomi fra voi a parlare di cucina Gluten Free! 
Quest'oggi vi racconterò come ho realizzato i miei Calamari ripieni di bufala e friarielli in pentola a pressione. 
E' la prima volta che mi cimento con questo piatto e devo dire che il risultato mi ha soddisfatto completamente. Mio marito li ha spazzolati alla velocità della luce, confermandomi l'ottima riuscita e chiedendomi di rifarli quanto prima.

Premetto che la realizzazione del piatto è abbastanza semplice, ma dovrete portare pazienza riguardo alla pulizia del calamaro. A proposito, siete sicuri di saper distinguere a colpo d'occhio calamari, seppie e totani? :)

Potete abbinarli a un primo di pesce, come spaghetti allo scoglio, oppure fare come noi e usarli come piatto unico. 

Ecco qua la mia ricetta!

Ingredienti (per due persone come piatto unico):
  • 10 calamari di medie dimensioni
  • 1 mozzarella di bufala
  • 1 cipolla bianca
  • Vino bianco
  • Filetti di pomodoro possibilmente napoletano (vi consiglio i favolosi Segreti di Gennaro, di Gennaro Esposito, Chef 2 stelle Michelin e si sente!)
  • 2 spicchi d'aglio
  • Olio EVO
  • Prezzemolo
  • Basilico
  • Sale
  • Pepe nero
  • Circa 150 grammi di friarielli
  • Una bella manciata di olive taggiasche
  • Un pizzico di curry
  • Un pizzico di curcuma

Per prima cosa puliamo i calamari. 

Se non lo avete mai fatto, vi spiego rapidamente la procedura e le differenze fondamentali fra calamari, seppie e totani. Tutti e tre i molluschi in questione appartengono alla stessa famiglia di Cefalopodi (i Decapodi, ovvero con dieci arti) e in effetti, anatomicamente, sono molto simili fra loro. Il numero di tentacoli è ovviamente lo stesso per tutte e tre le specie, ovvero dieci. Otto fissi e due più lunghi e retrattili con i quali catturano le prede. A livello nutrizionale, i tre molluschi si possono definire davvero poco calorici e poco grassi. Ottimi alleati, quindi, in caso di dieta.


Calamaro: Il calamaro è considerato il più pregiato dei tre e il suo corpo (la sacca dei visceri) è più affusolato di quello della seppia e molto più simile a quello del totano. Le sue pinne sono romboidali e occupano almeno 3/4 del corpo. La conchiglia interna è trasparente, leggera, fragile e molto stretta e sottile. Il calamaro si presenta grigio e rosa. I tentacoli del calamaro sono provvisti solo di ventose. 


Seppia: La seppia ha un corpo più largo, tozzo e di forma ellittica. La sua conchiglia interna è spessa, larga e cava (le camere d'aria al suo interno servono alla seppia per galleggiare). Il famoso "Osso di seppia". La sua pupilla ha una caratteristica forma di W. La seppia si presenta di colore chiaro, bianco grigio e a striature. 

Totano: La pinna del totano è triangolare, più piccola e occupa solo la parte finale del corpo. Il totano è più rossiccio. I suoi tentacoli sono provvisti anche di uncini. Dei tre, è l'unico senza sacca di inchiostro e la sua carne è quella considerata meno pregiata perché leggermente più dura.





LA PULIZIA: 

Prima di tutto sciacquateli tutti sotto un getto di acqua corrente fredda, poi delicatamente prendete il ciuffo dei tentacoli e tirate verso il basso, impugnando nell'altra mano il corpo. I tentacoli si sfileranno completamente e con questa prima mossa eliminerete la testa e anche buona parte delle viscere contenute nella sacca. 

Il passo successivo sarà quello di cercare con le dita il gladio (la conchiglia) presente nel corpo. E' trasparente, abbastanza dura, ma facile a spezzarsi. Eliminatela e con indice e pollice svuotate il corpo dal resto delle viscere (il totano si può ribaltare per pulirlo meglio, ma con il calamaro ve lo sconsiglio, potrebbe rompersi facilmente). Continuare a sciacquare il mollusco sotto l'acqua corrente.


A questo punto, con un coltello, tagliate i tentacoli subito sotto gli occhi. Nel caso sia rimasto fra i tentacoli il rostro (detto anche becco), ribaltateli con le dita ed eliminatelo spingendolo verso l'esterno. 
Partendo dall'orlo della sacca, afferrate la pelle e tirate, fino a eliminarla completamente.
Questo passaggio non è obbligatorio, ma solo una scelta personale. Io, ad esempio, ho anche tolto le pinne laterali e le ho tritate insieme ai tentacoli, ma se volete potete lasciarle tranquillamente attaccate al corpo, con o senza pelle. 
Fate molta attenzione a non rompere la sacca di inchiostro e gli occhi. Schizzano e macchiano con una facilità estrema.

Pulirli non è difficile, è solo noioso e faticoso... ma et voilà! 


Bene, finito di pulire i calamari, passiamo al ripieno, che detto tra noi, è la parte più facile. 

Pulite e tritate finemente la cipolla e un solo spicchio d'aglio. Nel frattempo cuocete al vapore i friarielli. Vanno benissimo sia freschi che surgelati. Una volta cotti tritate anche loro.



Tritate anche la mozzarella di bufala, dopo averla scolata accuratamente dal suo liquido di governo. In un boule di vetro, unite tutti gli ingredienti tritati a esclusione dei tentacoli e passate a condirli. 



Unite al trito un filo d'olio Evo, sale, prezzemolo e basilico. Spolverate con un pochino di pepe nero, curry e curcuma. Assaggiate e se è il caso, correggete di sale. Solo quando sarete certi che il ripieno è perfetto, unirete il trito di tentacoli (così eviterete di assaggiarli crudi). 


Con l'aiuto di una Sac à Poche, riempite uno per uno i calamari, lasciando solo qualche millimetro per poterli chiudere agilmente con uno stecchino da denti. 



A questo punto prendete la pentola a pressione, versateci due cucchiai di olio e una volta caldo adagiate i calamari, lasciandoli rosolare per una decina di minuti e girandoli solo una volta.



Siamo quasi pronti per chiudere la pentola, ma prima ci manca ancora un passaggio. 

Sfumate i calamari col vino bianco, poi aggiungete un bicchiere scarso d'acqua (io ho usato l'acqua di cottura dei friarielli), i filetti di pomodoro in passata, lo spicchio d'aglio intero (ma schiacchiato), un pizzico di sale (attenzione, perché le olive sono già molto saporite), la manciata di olive taggiasche e una spolverata di pepe nero. Chiudete la pentola e dal momento del fischio fate cuocere per 30 minuti.

Terminata la cottura, fate sfiatare la pentola e apritela. Assaggiate e se è il caso correggete di sale e continuate la cottura quache minuto a pentola aperta, al fine di restringere il sugo. 

Servite ancora caldissimi e mi raccomando, tenete a portata di mano il pane (rigorosamente senza glutine) per fare scarpetta :)



Attenzione agli stecchini!!! :)



Per qualsiasi nozione inerente la celiachia, invece, vi rimando all’unico sito davvero attendibile nel quale potrete trovare risposta a ogni vostro dubbio. Il sito dell’Associazione Italiana Celiachia, AIC. Se però avete qualche domanda, più che altro incentrata sulla nostra esperienza personale, scrivetemi pure.

mercoledì 5 luglio 2017

Horizon Zero Dawn

05 luglio 0 Comments

Bentrovati, cari Naviganti. 
Sono di nuovo qua a parlare di videogiochi insieme al mio ospite Hyunkel76, che dopo averci regalato una bellissima recensione di The Last Of Us, è pronto a fare altrattanto con un gioco uscito da relativamente poco, ovvero Horizon Zero Dawn, in esclusiva per Playstation 4. 

Vediamo un po' cosa ci racconta questa volta! 


HORIZON ZERO DAWN

Dopo tanto tempo finalmente ho deciso che era giunta l'ora di acquistare una PS4 PRO.

Data la mia natura di giocatore, amante dei titoli che hanno una storia da raccontare, non ho trovato necessario dotarmi di PS4 durante i suoi primi anni di vita. Sebbene sia un must per chi giochi online a Fifa, Street Fighter et similia, per me non risultava per nulla attraente.

Poi è giunto il tempo di Uncharted 4, Metal Gear Solid 5, Horizon Zero Dawn, Until Dawn, Mass Effect Andromeda, The Witcher 3 e prossimamente The Last of US 2 e l'attesissimo Detroit.
Tutti titoli che rendono il media videoludico qualcosa di più di un semplice giochino.

Insomma, giro un po’ di offerte e trovo un buon prezzo per una PS4 PRO in bundle con Horizon Zero Dawn.

Torno a casa felice, inserisco il disco e parto per questo nuovo viaggio alla scoperta del progetto Zero Dawn.



Siamo in un futuro lontano, - gli ultimi documenti rimasti dei “Predecessori“ risalgono al 2066 -, dominato dalla natura che si è riappropriata del globo a discapito del vecchio mondo di metallo di cui ormai non restano che macerie e rovine.

L’umanità è organizzata in tribù dalle diverse culture e religioni, alcune di esse sembrano simili ai nativi americani, altre più vicine agli antichi saraceni.

Nessuno sul pianeta ha la minima idea di cosa sia capitato ai Predecessori.
Gli uomini e gli animali non sono però gli unici abitanti rimasti sulla Terra, insieme a loro esistono anche le Macchine, strani esseri dalle forme animali che si aggirano pascolando nelle lussureggianti terre di questo nuovo mondo.

Queste macchine (certamente eredità del mondo di prima) per lo più si comportano come dei veri animali, scappando di fronte ad un predatore o attaccando se non c’è altra soluzione e molti insediamenti umani le cacciano per procurarsi pezzi e componenti per il proprio sostentamento.



La nostra avventura parte dalla Tribù dei Nora, dove a Rost, un emarginato, viene affidata una neonata, Aloy. Essendo Aloy una “senza madre” le Tre Anziane del villaggio decretano che sia Rost a doversene prendere cura (in quanto senza madre Aloy è già considerata emarginata).

Trascorrono pochi anni, e subito il gioco ci mette nei panni di Aloy bambina.
In questa fase di tutorial prenderemo confidenza col sistema di controllo; a mio parere uno dei migliori e più responsivi degli ultimi tempi. Aloy si muove bene, in maniera precisa, ed è sempre pronta a scattare ad ogni nostro comando.



Al termine di questa fase troveremo un oggetto denominato Focus, che ci accompagnerà per tutto il gioco.

Il Focus altro non è che un dispositivo molto avanzato di Realtà Aumentata che si indossa come un auricolare e che permetterà ad Aloy sia di interagire con le reliquie del mondo di prima, che di ottenere informazioni sull’ambiente circostante, come nessun’altro umano sarebbe in grado di fare.



Aloy non sopporta il fatto di essere un’emarginata e nonostante Rost le faccia da padre, in maniera egregia date le circostanze, ha bisogno di risposte:

Perché sono emarginata?
Chi è mia madre?


Rost le propone quindi di partecipare alle “Prove” della tribù.
A chiunque partecipi alle prove, e le superi, viene garantito lo status di “Audace” (guerrieri di alto rango) e anche se emarginato torna a fare parte della tribù.  Al vincitore viene garantito il diritto di chiedere praticamente qualunque cosa.
Per Aloy, che anela risposte alle sue domande, la strada da percorrere è chiara; deve vincere le prove, per convincere le Anziane a svelare il suo passato.

Passano quindi una decina d’anni, dove ritroviamo un’Aloy adolescente ormai asso della caccia alle macchine.
Da qui in avanti il gioco svilupperà due trame principali parallele:
In una vedremo Aloy impegnata nel contrastare un nemico imponente dagli oscuri scopi, nell’altra la ricerca di come il mondo si sia trasformato in ciò che è oggi.



Ho trovato l’espediente narrativo una discreta furbata, visto che viene incontro ai gusti di tutti: ci sarà sempre chi è più interessato agli eventi bellici e chi invece al lato romantico/storico della vicenda. 

Essendo le due campagne legate indissolubilmente, per finire il gioco sarà necessario completarle entrambe, ma avremo molta libertà nello scegliere come e quando farlo.
Trattandosi di un gioco Open World le attività da portare a termine sono davvero numerose e per essere il primo tentativo dei Guerrilla Games devo ammettere che hanno superato le mie aspettative.

Potremo liberare accampamenti dai Banditi, superare prove di caccia, trovare collezionabili nascosti, cacciare bestie di metallo per il crafting, seguire missioni secondarie e compiti affidatici dagli Npc, liberare zone dalla malattia delle macchine nota come Corruzione, o semplicemente esplorare il vastissimo mondo che gli sviluppatori ci hanno messo a disposizione. La mappa di gioco è veramente imponente, ma per fortuna potremo, a un certo punto, sbloccare il viaggio veloce, che però consumerà diverse delle nostre risorse.



Il combat system è sicuramente il fiore all’occhiello di questo titolo.

Aloy ha a disposizione diversi tipi di archi e gadget (fionde, lancia trappole, lancia corde) e ne può equipaggiare al massimo 4 contemporaneamente, che potremo cambiare durante i combattimenti con la semplice pressione di un tasto. Ogni arma ha diversi effetti, in modo da permettere ad Aloy di affrontare qualsiasi nemico le si pari davanti. Per esempio alcuni nemici sono sensibili al fuoco, sarà quindi il caso di utilizzare frecce incendiarie e via così. 

Durante le prime fasi di gioco sembra tutto facile e lineare, ma dopo poco tempo saremo costretti a elaborare strategie per abbattere le colossali macchine che affronteremo.
Molte di esse sono dotate di componenti e corazze che andranno rimosse dai loro corpi meccanici per poterci permettere l’affondo finale. Ogni nemico va studiato attentamente per capire quale sia la strategia corretta, e molto spesso ci toccherà affrontare nemici diversi fra loro, col risultato di dover affinare ancora di più il nostro approccio al combattimento.



Il crafting spazia dalle munizioni per le varie armi (è possibile craftarle in combat alla The Last Of Us), alle pozioni e alla raccolte di erbe mediche.
Praticamente tutto ciò che ci serve può essere cratftato con le giuste componenti che possiamo trovare in “natura”: pezzi di metallo ricavate dalle prede meccaniche (utili per le frecce, ma anche valuta corrente di questo mondo), legno, pelli di animali per costruire le nostre sacche, più altri materiali rari che ci permetteranno di acquisire nuove e più potenti armi.



L’intelligenza artificiale svolge bene il suo dovere quando comanda le macchine , meno bene quando si tratta degli umani, che cadranno come mosche negli accampamenti se solo proviamo un approccio stealth.

Aloy è anche una scalatrice provetta, senza dubbio un buon mix fra Nathan Drake e Lara Croft, abilità necessaria sia per delle fughe rocambolesche che per raggiungere luoghi impervi della mappa.

Graficamente il gioco segna il passo per alcuni aspetti.
Vegetazione, cambi atmosferici, le macchine, gli edifici e gli effetti di luce sono tutti elementi curati in maniera maniacale e senza dubbio faranno da termine di paragone per i futuri giochi a venire.
Avendo un televisore adeguato che supporti l'HDR, gli effetti di luce renderanno ancora di più.
Se avete una PS4 PRO, potrete scegliere 2 modalità:
Aumentare la resa grafica oppure il framerate.
Vi posso dire che con il framerate aumentato il gioco rende davvero bene.

Non mi ha soddisfatto invece il modello di Aloy e degli altri Npc. Tutti gli umani sembrano finti, dalle movenze un po' legnose e poco espressivi, perfino nei momenti più drammatici.

A livello di doppiaggio andiamo maluccio.
A parte Aloy tutti, ma proprio tutti, i personaggi sembra che stiano leggendo un testo, la cosa grave è che neanche in inglese rendono tanto meglio.
Solo i dialoghi principali durante le main quest raggiungono la sufficienza a livello di interpretazione.



La storia invece fa da padrona.


Tutte le vicende che Aloy affronterà sono raccontate in maniera eccelsa e spingono il giocatore a raccogliere più informazioni possibili sia sul mondo presente, ma soprattutto su quello passato.
Poco per volta acquisiremo la conoscenza necessaria a capire perché il mondo di prima sia giunto alla sua inesorabile fine e perché nulla di ciò che erano i Predecessori è arrivato a noi, fino a scoprire le origini stesse di Aloy.

La ricerca di cosa è accaduto al mondo perduto rappresenta la cima di questo titolo, e mi ha coinvolto come poche altre storie. I vari documenti olografici che troverà Aloy durante la sua avventura, ci renderanno spettatori di tutto ciò che è successo al vecchio mondo e la curiosità di trovare il documento successivo aumenterà man mano che ci avvicineremo alla fine.

Senza eccessivi spoiler posso dirvi che la sequenza finale di gioco è uno dei momenti più commoventi che abbia avuto modo di trovare in un videogioco… e ne ho giocati tanti.



Alla fine della fiera, a quale pubblico si rivolge Horizon Zero Dawn?

Agli amanti degli Open World alla GTA? Certo.

A chi predilige i giochi con componente stealth? Perché no.

A chi ama i giochi di azione stile Tps? Anche.

Ma a mio parere è la storia avvincente e il meraviglioso mondo che i Guerrilla Games hanno creato, che meritano di essere sviscerati in ogni loro sfaccettatura.

Un titolo che non dovrebbe mancare a nessun possessore di PS4 PRO o non PRO che sia.
Mi auguro sinceramente che l’espansione (in uscita a fine anno) sia altrettanto avvincente, e che nei progetti di Guerrilla Games ci sia in cantiere un secondo episodio.
Hyunkel76



giovedì 29 giugno 2017

The Last of Us

29 giugno 0 Comments

Bentrovati, carissimi Naviganti! 

Metto momentaneamente da parte i post sulla cucina Gluten Free, sui libri e tutto il resto per tornare finalmente a parlare di videogiochi. Quest'oggi ho il piacere di ospitare una bellissima, e soprattutto sentita, recensione di un gioco a dir poco memorabile, di cui sta per uscire l'attesissimo seguito. Sto parlando di The Last Of Us

Purtroppo ancora non si sa nulla sulla data di uscita del secondo capitolo della saga, ma proprio perché l'hype è altissimo e in tanti lo stanno aspettando con ansia, ho pensato di parlarvi del primo, che sarà bene rigiocare, così da affrontare il prossimo episodio belli preparati. 

Chi invece non ha mai giocato a The Last Of Us, sappia che è il caso di farlo. Non vorrete perdervi un capolavoro della storia videoludica, vero?

Andiamo a sentire cosa ha da dire il mio ospite, ovvero Hyunkel76, che mi ha rilasciato questa splendida recensione! 


Ciao a tutti, cari videogiocatori!

Oggi parliamo di The Last of US, uno dei titoli di punta della ormai vecchia PS3, tornato in versione remastered per PS4; si tratta dello stesso identico gioco, ma con grafica pesantemente ammodernata.

Il prodotto è sviluppato da quei geniacci della Naughty Dog, responsabili di capolavori come la serie di Uncharted e quella di Crash Bandicoot.

Inutile approfondire su di loro più di tanto, visto che non hanno mai sbagliato un colpo.

L’incipit della storia non è fra i più originali: mondo post apocalisse zombi (non sono veri e propri morti viventi, ma il concetto è quello), umanità organizzata in piccoli centri sotto ciò che resta di un governo pseudo militare, terroristi (o presunti tali) che cercano di trovare una cura per l’umanità, ecc…. ma se fosse tutto qui sarebbe solo l’ennesimo gioco su di un tema trito e ritrito.

Fortunatamente la storia che ruota attorno ai protagonisti, la loro crescita morale, il loro passato e le incognite sul loro futuro, rendono questo titolo davvero un must per chi, come me, ama vivere “esperienze” piuttosto che semplicemente giocare.

Per tutta la durata del gioco (a parte un capitolo) vestiremo i panni di Joel.
Joel si ritrova a subire un lutto devastante nei primi minuti di gioco, che lo segnerà per i 20 anni successivi.

La nostra avventura vera e propria parte, appunto, dopo 20 anni dall’apocalisse.

Il Cordyceps è un fungo che infesta il cervello delle vittime tramite inalazione di spore o se si viene feriti da un ospite infetto. L’effetto è simile alla classica zombificazione e una volta infettati si perde il controllo nel giro di massimo 24 ore.
Non esistendo ancora una cura, chiunque venga infettato non ha alcuna possibilità di salvezza.
Più a lungo un ospite resta in vita, più l’infezione si espande, mutando il corpo del soggetto attraverso diversi stadi.

Lo stadio iniziale, che non cambia molto l’apparenza del soggetto, attacca a vista qualunque non infetto veda.

Lo stadio successivo, dove compaiono alcune placche fungine sul viso delle vittime, porta i soggetti a nascondersi in luoghi impensabili così da tendere agguati agli umani non infetti.

Il terzo stadio sopraggiunge parecchio tempo dopo l’infezione iniziale e lo si riconosce per il viso ormai ricoperto completamente dal Cordyceps. I soggetti a questo stadio sono completamente ciechi, ma hanno un udito formidabile e sono dotati di una forza fisica eccezionale.

Il quarto e ultimo stadio vede il soggetto completamente ricoperto dalle placche, tanto da sembrare un gigante. Invincibile nel corpo a corpo, si può eliminare solo con l’ausilio di armi pesanti.


Il nostro Joel si barcamena contrabbandando merce di vario genere, in una Boston ormai fatiscente governata dai militari, assieme alla sua amica Tess.
Dopo un affare andato male, decidono di riprendersi il mal tolto.
In questa fase il gioco ci fa da tutorial nell’uso delle armi e delle tattiche stealth, che useremo in seguito durante tutto lo svolgimento dell'avventura.

Una volta conclusa la loro missione, fanno la conoscenza di Marlene, un membro delle Luci (un’organizzazione di umani fuori dal controllo dei militari) e, sotto pagamento, accettano di scortare fuori dalla città una ragazzina di nome Ellie. La signorina è stata morsa da un infetto tre settimane prima, ma a differenza degli altri umani il fungo non si è propagato e non la controlla… Ellie è immune al Cordyceps. 
Joel e Tess dovranno semplicemente lasciarla a un gruppo di altri membri delle Luci fuori Boston. Sembra semplice, ma in realtà non tutto andrà come deve.


Per quanto riguarda il gameplay, affrontiamo un misto fra survival horror, Metal Gear (giusto per la parte stealth), e il classico shooter in terza persona.

Ci muoviamo in un mondo tridimensionale artisticamente ispirato, ma piuttosto lineare. Un plauso va comunque agli sviluppatori per il level design perché, seppur non esistano più strade per giungere nello stesso posto, le mappe sono talmente ben costruite che si ha sempre l’impressione che esista un diverso modo per giungere a destinazione. Non si diventerà matti quindi per cercare il prossimo checkpoint, di fatto abbiamo la strada obbligata.

Si combatte sia all’arma bianca che con armi da fuoco (si va dalla classica pistola semi automatica, al lanciafiamme). Le munizioni sono un bene rarissimo da usare solo quando si è alle strette, la maggior parte dei nemici sarà meglio eluderli o eliminarli con oggetti consumabili che potremo costruire grazie al crafting; semplice e funzionale, possiamo fare pochissimi oggetti, ma tutti sono fondamentali: granate di chiodi, molotov, medikit, coltelli, fumogeni e mazze chiodate.
Questi oggetti possono essere fabbricati anche in combattimento, a patto di avere i materiali (lame, bende, alcool, esplosivi, zucchero, medicine e mazze).

Joel può migliorare le sue abilità tramite l’utilizzo di consumabili disseminati per il gioco, una volta raggiunto il numero corretto potrete spenderli per migliorare un’abilità.

Sparsi per le location troverete diversi tavoli da lavoro che potrete utilizzare per migliorare le vostre armi grazie ai componenti trovati durante i vostri viaggi.
I materiali per il miglioramento sono di un solo tipo, il gioco li chiama generalmente “pezzi” e ne troverete alcune centinaia di esemplari, non comunque sufficienti per migliorare al massimo ogni arma, dovrete quindi scegliere bene quale migliorare a scapito di un’altra.
Ovviamente lo spazio nel nostro zaino non è infinito e dovrete quindi valutare attentamente quando utilizzare un oggetto con profitto.


Sono tutte rose e fiori?
Ovviamente no.

Il sistema di controllo non è dei migliori, i movimenti di Joel sono spesso imprecisi e voltarsi di scatto di 180 gradi richiede il movimento dell’analogico sinistro e la pressione di un tasto. Nelle scene concitate non è facile disimpegnarsi da un nemico.
Non credo sia una mancanza da parte di Naughty Dog (Uncharted ha un sistema di controllo molto più versatile) ma bensì una scelta precisa di design (se vi ricordate i classici del survival, come Resident Evil, avevano questo 'difetto' di proposito, per mettere ansia ai giocatori).

Alcune armi, come l’arco, sono difficili da padroneggiare fino a quando non si ottiene l’upgrade per la stabilità.

In ogni caso il gioco scorre fluido anche quando si sceglie l’approccio “barbaro” a uno scontro mediante le armi da fuoco. Le armi sono variegate e ognuna ha la sua particolarità, sono divertenti da usare, ma soprattutto efficaci. Non vi sembrerà mai di avere in mano un giocattolo.


Graficamente siamo davanti al massimo che la Play 3 ha da offrire.
Tuttora non sfigura davanti ai giochi di nuova generazione.
Il motore è, a mio parere, la massima espressione di PS3, che già ci aveva lasciato a bocca aperta con i vari Uncharted, ma raggiunge nuove vette con questa produzione.
Texture pulite, frame rate sempre fluido tranne in rarissimi casi (diversi nemici su schermo con tonnellate di effetti), effetti particellari ottimi, modelli degli oggetti e delle armi davvero sopra la media.
Il punto forte sono le espressioni facciali dei protagonisti che restano un passo avanti a qualunque cosa attualmente in commercio, fatta esclusione per Uncharted (guarda un po’ sempre di Naughty Dog).
Tutte le ambientazioni sono evocative, e i modelli degli infetti sono strepitosi.
Si nota una cura minore (appena percettibile) sui modelli degli NPC rispetto ai due protagonisti, ma è un peccato davvero veniale.

L’intelligenza artificiale è molto buona, i nemici umani vi aggirano sempre e cercano di accerchiarvi in ogni occasione disponibile. L’unico neo è rappresentato dai compagni NPC che vi seguono in varie fasi della vostra avventura; tutta le fasi stealth si incentrano su Joel e tutti gli NPC alleati a zonzo per l’area di gioco vengono ignorati, capiterà spesso quindi di vedere Ellie accovacciata ai piedi di un infetto, o peggio di un umano, bellamente ignorata neanche fosse uno scatolone. A livello di gameplay non vi cambierà nulla dato che i vostri compagni prenderanno parte agli scontri solo una volta che siete stati scoperti, possiamo quindi considerarlo un difetto di poco conto.

Sul comparto sonoro non c’è granché da dire, la colonna sonora è godibile e gli effetti adeguati, tutto da manuale insomma, senza niente di trascendentale.

Ma allora il punto forte di questo ennesimo survival horror, shooter, stealth qual è?


Tutto ruota attorno ai due protagonisti, Joel ed Ellie.
E’ il loro rapporto a trainare il gioco.
Da principio due sconosciuti per diventare poi come padre e figlia.
Un passo tutt’altro che breve, che viene compiuto nell’arco temporale di un anno che saranno costretti a passare insieme vivendone di cotte e di crude.
Joel col tempo imparerà che dal passato non può fuggire e che forse sopravvivere non è abbastanza per lui.
Ellie, che non sarà più sola, potrà tornare a fidarsi del prossimo e quel prossimo non sarà poi così distante da lei quanto crede.

Sono entrambi personaggi perfattamente scritti, interpretati meravigliosamente sia dai doppiatori originali sia dai nostri italiani.
Tutto il gioco, per quanto godibile e ben fatto, non è altro che una scusa per raccontare questa storia d’amore fra Joel ed Ellie, quell’amore che solo un padre può provare per una figlia e che la figlia può provare per il padre.


E’ mia opinione che chiunque ami le belle storie videoludiche debba almeno una volta provare questo titolo, se non altro per capire che questo medium è talvolta superiore alle blasonate e statiche serie televisive. 

Poche volte mi è capitato di immedesimarmi tanto in un protagonista come mi è capitato con Joel. In tutto l’arco del gioco ogni scelta che faceva, per quanto difficile, mi convinceva, aveva senso… e sì, avrei fatto esattamente come lui.

L’ho adorato profondamente e l’ho capito… ho capito perché non poteva fare altro se non prendersi cura di Ellie: se sei padre lo resti per sempre, non è un interruttore che si spegne.


Hyunkel76

venerdì 23 giugno 2017

Torta di ciliegie Gluten Free

23 giugno 4 Comments

Carissimi Naviganti, rieccomi qua a parlare di cucina! 
Oggi vi racconterò della Torta di Ciliegie che ho preparato qualche giorno fa :)

Partiamo col dire che questa torta è semplicissima, ma davvero deliziosa e che questo è il periodo dell'anno perfetto per prepararla, visto che se ne trovano davvero di buonissime. 

Mio marito qualche giorno fa è tornato a casa con una cassa di meravigliose ciliegie, dono di un collega che ha splendidi alberi di questo frutto. Erano veramente tantissime per due sole persone e per non farle andare a male, ho dovuto ragionare un po' sul da farsi. Dopo averne portare un bel sacchetto ai suoceri, con le rimanenti ho deciso di fare una torta per mio marito, quindi ovviamente senza glutine. 

Ingredienti (per una tortiera da 24 cm A CERNIERA):
  • 450 grammi di ciliegie biologiche
  • 3 uova medie biologiche
  • 1 limone biologico e un cucchiaio raso di bicarbonato (se non volete usare una bustina di lievito per dolci gluten free)
  • 150 grammi di farina di riso senza glutine
  • 150 grammi di zucchero bianco
  • 90 grammi di amido di riso senza glutine
  • 100 grammi di burro 

A metà dell'0pera mi sono accorta di aver finito il lievito per dolci e così ho improvvisato, usando un trucchetto molto utile che è una validissima alternativa al lievito. Ovvero il succo di un limone e un cucchiaio raso di bicarbonato. Se lo fate anche voi, mi raccomando usate una ciotolina abbastanza capiente, perché il bicarbonato a contatto con il limone genera una discreta quantità di schiuma.


Si inizia denoccciolando le ciliegie precedentemente lavate. Io ho usato un coltello a lama liscia, ma se avete l'apposito snocciolatore, beh, usatelo! Mentre fate questo lavoro decisamente noioso, vi consiglio di accendere il forno. Impostatelo a 200 gradi, non ventilato. 

In un boule versate lo zucchero e il burro a temperaura ambiente fatto a pezzetti. Con un cucchiaio di legno mescolate a lungo, fino a formare una crema liscia. Aggiungete le uova e con le fruste elettriche lavorate il composto un paio di minuti. 

A questo punto setacciate la farina, l'amido e il lievito (a meno che non usiate il mio trucchetto). Mescolate con le fruste elettriche e infine con un mestolo di legno. Tutti gli ingredienti devono essere ben amalgamati e l'impasto deve risultare liscio e senza grumi.


Imburrate o foderate la tortiera con la carta da forno (io preferisco sempre la carta). Distribuite un generoso strato di composto sul fondo della tortiera e sopra adagiateci una per una le ciliegie tagliate a metà avendo cura di non sovrapporle. Con la parte del taglio rivolta verso il basso, mi raccomando. 

Con un frullatore a immersione, lavorate una manciata di ciliegie e riducetele in polpa. Versatela sullo strato di ciliegie all'interno della tortiera. A questo punto versate delicatamente il resto dell'impasto. Livellate con il dorso di un cucchiaio e distribuite un altro strato di ciliegie, nello stesso modo di prima, sulla superficie della torta, partendo dalla circonferenza. 


Quando il forno è andato in temperatura, infornate la torta e lasciatela cuocere per 1 ora. Vi consiglio di farle fare i primi trenta minuti nella parte bassa del forno e i restanti trenta nella parte centrale. Ovviamente trascorsa l'ora di cottura, fate la prova stecchino. 

Quando è pronta, sfornatela e prima di azzannarla attendete che arrivi a temperatura ambiente. Se il fondo della torta resta un po' più umido rispetto alla parte superiore, è normale. 


Potete conservarla fuori dal frigo per circa tre giorni, ma nel nostro caso è finita il giorno successivo grazie all'aiuto dei miei suoceri, che hanno gradito moltissimo. :) 

Purtroppo non ho pensato di fotografarla quando l'ho sfornata, quindi accontentatevi di uno scatto di ciò che ne è rimasto dopo un paio di passaggi di mio marito (e miei)!

E' ottima a colazione con un bel bicchiere di caffè o di latte, ma se la servite a una cena e volete fare i fighi, accopagnate ogni fetta con una pallina di gelato alla Vaniglia Bourbon. 

Per qualsiasi nozione inerente la celiachia, invece, vi rimando all’unico sito davvero attendibile nel quale potrete trovare risposta a ogni vostro dubbio. Il sito dell’Associazione Italiana Celiachia, AIC. Se però avete qualche domanda, più che altro incentrata sulla nostra esperienza personale, scrivetemi pure.




Con questa ricetta partecipo al #GFCalendar di giugno sulle ciliegie  di Gluten Free Travel & Living e la collaborazione di Silvia di Eppur non c’è.

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Koti on siella missä sydämesi on