lunedì 12 maggio 2014

InterView: Trieste - Romina

12 maggio 2 Comments
Il 22 aprile 2011, nel mio vecchio blog, creai una rubrica intitolata InteView, illustrandola più
o meno così...

Ho creato una nuova etichetta dove racchiuderò svariate interviste incentrate sui viaggi.
Questa etichetta, che ho chiamato InterView’ è tutta dedicata al cuore dei viaggiatori. 
Uno spazio per coloro che hanno lasciato un pezzettino del loro cuore da qualche parte. Non si tratta di interviste con il puro scopo di ottenere informazioni di viaggio; non è una guida turistica ciò che vorrei costruire, ma un diario di emozioni. Saranno piccoli frammenti di vita, e anche se quindici di voi mi parleranno di Roma, ad esempio, i vostri cuori mi racconteranno certamente quindici storie diverse. La mia passione per i viaggi e per le scoperte, è nota a tutti coloro che mi conoscono. Per me la parola ‘Viaggio’ non significa valigia, aereo, check in, hotel, ecc… Viaggio significa percorso, creazione, empatia nei confronti di un luogo. E’, in tutto e per tutto, una degustazione da fare con i cinque sensi. Significa vedere con occhi nuovi, assaggiare i sapori del mondo, sentirne le musiche o i dialetti, toccare con mano tessuti, annusare profumi di spezie.
Il Viaggio per me è una scoperta continua, uno scambio di conoscenze senza giudizi. Queste interviste nascono per quei luoghi a cui siamo affezionati. Per me Helsinki è come una persona, un’amica. Se avesse un cellulare la chiamerei per chiederle come sta, per farmi raccontare i suoi segreti, per poterla consolare quando sta male, per ridere con lei a crepapelle, per sfogare la mia rabbia confidandole i miei pensieri.
Questo per me è il Viaggio. Quel senso di malinconia che ti coglie mentre sei sul treno o sul volo di ritorno. Quando ti viene spontaneo salutare ad alta voce il luogo che stai lasciando. Quando una volta a casa, dopo mesi, ti scopri a ripensare alle strade che hai visto, alle persone che hai conosciuto e ti assale la voglia di tornarci, di googolare alla ricerca di una webcam che ti faccia rivedere un pezzetto di quel posto dove, passeggiando magari sul molo di un porto, dalla tasca dei jeans ti è scivolato via un pezzetto di cuore.
Questa è InterView. Se anche voi avete lasciato un pezzetto di cuore da qualche parte e avete voglia di raccontarmelo, scrivetemi:
lighthousely@gmail.com

Sarebbe un vero peccato perdere i pezzetti di cuore che mi avete donato, quindi è d'obbligo che io migri l'etichetta dal vecchio blog a 127.0.0.1
Ecco a voi la prima intervista, del 27 aprile 2011.




TRIESTE

Questa intervista per la rubrica InterView, per me ha un significato particolare perché riguarda una persona che in pochissimo tempo è diventata una delle persone più care della mia vita. La sorella che non ho mai avuto.
L’amore che lei prova per Trieste è lo stesso tipo di amore che io provo per Helsinki e da questa intervista, per altro meravigliosa, traspare perfettamente.
Voglio ringraziarla per il tempo che mi ha donato e vorrei davvero che tutte le mie prossime interviste prendessero esempio da questa.
Grazie Romi.

Perché Trieste? Come è sbocciato l’amore?

Perché Trieste? Perché Trieste è una linea di confine, e come tutte le linee di confine mi seduce, per vocazione sua propria. Amo tutto quello che non si può definire, perché ti tocca inventare parole nuove per renderne la bellezza.

Trieste è questo: è indefinibile.
E’ il porto dell’Impero Asburgico, la Porta di Sion, il rifugio per gli sbandati, l’anima commerciale di un Mondo che non esiste più. E non è, allo stesso tempo, nessuna di queste cose. L’amore è nato grazie ad una citazione di Svevo, nel romanzo “La coscienza di Zeno”.
Diceva: “Le lacrime non sono espresse dal dolore, ma dalla sua storia (…) Si piange quando si grida all’ingiustizia”.
L’ho letta a diciott’anni e ho pensato: Cavolo, uno così dev’essere per forza nato in una città interessante! E da lì ho cominciato a cercare Trieste.

Quale punto particolare della città hai più nel cuore? 

Il Molo Audace, indubbiamente. Una striscia di cemento a capofitto in un blu cobalto. Inizi a camminare che sei in centro città, arrivi alla “zima” e ti ritrovi in mare aperto. Come sulla prua di una nave. Una volta ho letto che chiunque vada sul molo Audace, non può che pensare al suicidio. In effetti, basta un niente per scivolare in un abisso blu e forse tanti hanno concretizzato il pensiero per davvero. Ma secondo me quello che prevale, alla fine, è la Vita.


Su Trieste tu ci hai fatto addirittura la Tesi di Laurea. Ci trascrivi un pezzetto della Tesi che per te ha un significato particolare?

“Però questa città di nessuno e quindi di tutti, questa frontiera naturale, questa terra che la vocazione e la condanna ad essere limen ce l’ha impressa nel patrimonio genetico, ha anche una capacità sorprendentemente naturale di salvarsi e di riscattarsi da sola, proprio attraverso, come già abbiamo avuto modo di osservare alla Risiera, la “naturalezza della memoria“.

Dice ancora Covacich a tal proposito:
La cosa suggestiva di questo posto è che si sia affermato nelle abitudini dei triestini come palestra naturale per il running. Gli stessi sentieri che qualche anno fa vedevano gruppi di fuggiaschi in preda al panico ora assistono ad altre corse, ad altre fughe“.
Eccola qua, tutta sua, tutta naturale, l’istintiva grandezza e la reale propensione di Trieste: Riscattare la memoria, trasformandola in più leggera quotidianità. Se non si può fuggire dal dolore, allora lo si utilizza come la migliore palestra di running del mondo.”

Ci parli di un personaggio triestino che ami in particolar modo?

Anita Pittoni, una fra tutte. Io la definisco la Madonna degli anni ’40. Una donna versatile, poliedrica, artista fino al midollo, una che si sapeva costantemente re- inventare senza però tradire mai la sua essenza. E’ stata stilista, collaboratrice con Giò Ponti per gli interior di alcune navi da crociera, costumista e scenografa per Brecht, ed infine imprenditrice culturale, la prima imprenditrice culturale triestina, fondando la casa editrice Lo Zibaldone, che giustamente (e con una punta di amarezza) Ara e Magris definiscono: “Una delle tante occasioni mancate di Trieste”.

Soprattutto, è stata una donna, disinibita, colta e volitiva, una pasionaria della cultura, un’eroina dei suoi tempi. E’ stata, anche, una donna profondamente innamorata. Di Giani Stuparich, il “suo” Giani, presente in absentia, un uomo che l’amava a suo modo, un uomo che l’abbandonava e la feriva, ma che le riempiva di Luce il cuore.
Un uomo presente, ma che non c’era.
Lei ha saputo amarlo con grazia e proprio a lei, a questa donna cercata ed abbandonata fino allo sfinimento,  in punto di morte, lo scrittore ha lasciato tutti i suoi manoscritti. Una storia d’amore straziante, e straziantemente reale.

Ho letto la tua Tesi e fra molte cose, una mi ha toccato in modo particolare. La descrizione che Covacich fa di Trieste: Oggi la mia città è una Sissi col body di lycra. E’ una Sissi col piercing, i capelli blu cobalto, una salamandra tatuata sul collo. Ha ancora le dita affusolate della principessa, ma si mangia le unghie.
Anche per te Trieste è una principessa che si mangia le unghie?

Sì, totalmente, visceralmente, completamente.

E’ una Principessa, conscia della responsabilità immane che si porta sulle spalle, proiettata verso il futuro abbastanza da osare un tatuaggio ed un piercing (presumibilmente, alla lingua) ma anche abbastanza consapevole del proprio drammatico passato da non poter fare a meno, ogni tanto, di rosicchiarsi le unghie.

C’è un aspetto negativo che hai notato di Trieste o dei suoi abitanti?

Di Trieste, il quieto autocompiacimento in un decadimento di maniera. “No se pol” (Non si può!) è la stizzita reazione basic del triestino medio, di fronte a qualunque iniziativa di rilancio turistico e/o socioculturale della città. Inoltre, la rudezza del triestino tipo, la totale assenza di salamelecchi, le reazioni spesso brusche, sono qualcosa a cui bisogna farci la mano. Derivano sempre, ad essere pignoli, dalla capacità di aver trasformato il dramma in miglior palestra per il running del mondo. Chi ha molto sofferto, non perde tempo nelle smancerie. Non le trova necessarie.


Ti invito a cena in un ristorantino di specialità triestine, cosa ti va di mangiare?

Declinerei gentilmente la jota, forse il più caratteristico dei piatti triestini, ed anche uno dei più rappresentativi della peculiarità dell’essere Trieste: una zuppa a base di crauti, pancetta e patate, con aggiunta di fagioli e salsiccia, tanto per gradire. Un piatto intenso, difficile da apprezzare al primo colpo, coraggioso.

Mi servirei un piatto di gnocchi de pan, tenterei un assaggio di gulasch, retaggio della cucina ungherese (una sorta di spezzatino di manzo con patate) ma soprattutto mi godrei il pesce freschissimo del golfo, declinato in mille modi, e gli insuperabili calamari fritti della Trattoria al Faro, accompagnati da un piatto di verdure appena colte, freschissime. Come dolce, immancabile il Prestniz, di probabile origine ungherese, composto da pasta sfoglia, zucchero, noci, pinoli e mandorle o, ancora meglio, la celeberrima  Putizza, dolce carsolino di pasta lievitata con un morbido e profumato ripieno di rum, cannella, chiodi di garofano e noce moscata. Menzione d’onore anche alla Sacher Torte: solo a Vienna se ne può assaggiare una altrettanto buona.
E per concludere, un ottimo caffè, come a Trieste li sanno fare, magari un “gocciato”, ovvero un espresso con una goccia di crema di latte in mezzo.
Il conto lo pagavi tu, giusto?

Della storia di questa città di confine, cosa ti è rimasto particolarmente impresso?

Il dolore, il decadimento, la perdita, lo strazio. Ma soprattutto, la straordinaria capacità, tutta triestina, di reagire allo strazio convivendo con la cicatrice e trasformandola in esorcizzazione. L’assenza di radici, quassù, è diventata un’opportunità.


Cosa provi quando sei lì e la Bora mette a dura prova il tuo equilibrio?

Mi piace. Già di mio vivo costantemente in equilibrio precario, come su una barca. La Bora serve solo a ricordarmelo un po’ meglio. Allargo le braccia, punto i piedi e mi godo la sensazione di libertà ineffabile dell’essere sballottata dai refoli.


Alcune parole per Saba, Joyce e Svevo.

Saba era come il suo Canzoniere: brusco e voracemente sensuale. L’essenza di Trieste fatta uomo e diventata, per vocazione sua naturale, poesia.

Joyce era l’artista sulla linea di confine, il ricercatore instancabile di un linguaggio nuovo per “dire” le cose, e a Trieste ha trovato la culla che, forse, non ha mai avuto (oltre che diversi sollazzamenti a Cavana, per il quieto vivere della moglie, a casa coi pargoli).
Svevo invece è la peculiarità fatta persona dell’essere triestino: il suo vero nome era Ettore Schmitz. Italo Svevo come pseudonimo è un evidente inchino alla vocazione cosmopolita della sua città.

Secondo te, chi intende visitare Trieste per la prima volta cosa non deve assolutamente perdersi?

Il Molo Audace, per primissima cosa: l’esperienza di perdersi in mare aperto a due passi dal centro pulsante della vita cittadina è qualcosa di straniante. Il silenzio che si sente lassù, sull’ultimo gradino, il rumore dell’acqua contro il cemento, il fucsia intenso dei tramonti, sono il nucleo stesso dell’ “Effetto Trieste”.

E poi piazza Unità d’Italia, la più grande d’Europa aperta sul mare, come le quinte di uno spettacolo improvvisato, Piazza Oberdan, un vortice agorafobico ma vibrante, e la Città Vecia, Cavana, dove un tempo Joyce andava appunto a sollazzarsi nei bordelli, un dedalo di stradine corrucciate e vecchissime, che portano sù sù, fino alla Tergeste Romana, sul colle di San Giusto.
Ah, menzione d’onore per la chiesa Serbo Ortodossa di San Spiridione: la riconosci subito, è esattamente accanto a quella cattolica di Sant’Antonio Nuovo, all’imbocco del Canal Grande. Sembra il Tempio di Aladino, ha le cupole azzurre e all’interno c’è un’energia che mozza il fiato. Assistere ad una funzione ortodossa là dentro è qualcosa che, anche a chi non crede, puntella il cuore.

Miramare è un luogo incantevole. Il suo parco sul mare delizioso e i triestini ci passano il tempo a fare jogging o a passeggio, lanciando solo qualche sfuggevole occhiata al Castello. Una familiarità che diventa empatia. Ma non è disinteresse. Piuttosto è un amore che non ha bisogno di continue nuove prove. 
Ci parli un pò di questo Castello e di ciò che tu senti per lui?

Della storia non credo sia necessario dire tantissimo, è la parte che mi interessa, sì, ma che si trova declinata in mille sfumature su qualunque buona guida turistica: diciamo che era il nido d‘amore perduto di Massimiliano d’Asburgo, fratello minore dell’Imperatore Francesco Giuseppe, spinto dall’ambizione e dagli intrallazzi reali a partire per il Messico, quattro anni dopo la costruzione del suo castello bianco, un giovanotto romantico ed idealista che ha trovato la morte in Sudamerica per mano dei Ribelli e che ha lasciato a Trieste una sposa ragazzina, Carlotta, pare destinata ad impazzire di dolore (e di noia) senza l’adorato consorte.

Dentro non ci sono mai stata, fedele alla Leggenda triestina che i laureandi non debbano metterci piede, pena la procrastinazione a tempo indefinito della Laurea.
Miramare è il mio arrivo a Trieste. Quando, dal finestrino del treno, vedo apparire la sagoma de castelletto bianco, affacciato sul Golfo, spaurito e straniato, anche lui, come il Molo Audace, mi sento a casa. Il mio amore per Trieste, come per Miramare, non ha bisogno di nuove prove. Basta che io mi sieda là, all’inizio del molo privato, dove c’è la Sfinge, dove le scalinate digradano dolcemente in mare, con una Coca Cola ed un libro, e non c’è bisogno di aggiungere una sillaba in più. In comune con i triestini, ho da sempre la disinvoltura naturale davanti alla bellezza.

Nel 1943 i nazisti convertirono la vecchia risiera di San Sabba nell’unico lager con forno crematorio dell’Europa meridionale. Hai visitato la risiera? Ce ne parli un pò?

Non ho mai avuto il coraggio di visitarla, ma ho studiato a lungo la sua storia, non tanto per la Tesi quanto per un mio progetto editoriale. La Risiera è la più vistosa delle cicatrici di Trieste, quella con cui non si può non fare i conti, quella che i triestini hanno dovuto prima accettare, e poi trasformare in esorcizzazione, quella che dal 1975 è diventata, grazie ad un magistrale recupero ad opera dell’architetto Romano Boico, Civico Museo della Risiera di San Sabba. Era un ex stabilimento per la pilatura del riso, appunto, diventato poi, ad opera dei nazisti, l’unico campo di sterminio con forno crematorio su suolo italiano. Pochi sanno che anche noi abbiamo avuto una piccola Auschwitz, l’onere di accogliere l’orrore è toccato proprio a Trieste: sincronisticamente, l’unica città in grado di tollerarlo.

Trieste è una linea di confine, penosamente fragile, ma anche spigliatamente abituata a convivere con il dramma: solo Trieste poteva accogliere la sfida di come trasformare questa carcassa color sangue,coi mattoni a vista ed i buchi neri al posto delle finestre, in memoria. Trieste non ha scelto di radere al suolo la Risiera, non ha optato per la fuga, ma per l’esorcizzazione: accanto alla Risiera, diventata museo, i triestini portano i loro cani a passeggio e vanno a fare la spesa nel vicino centro commerciale.
Romano Boico ha avuto un’idea geniale per “rendere l’idea” del forno crematorio, divelto dai nazisti in fuga: creare nel cortile un terribile percorso in acciaio, leggermente incassato, l’impronta del forno, del canale del fumo e della base del camino, l’assenza che diventa sostanza ed inaugura il Paradosso Trieste: Quassù non occorre che qualcosa vi sia tangibilmente, per risultare reale.
Come Stuparich per Anita Pittoni, Trieste ha perfettamente compreso quanto la “presenza in absentia” sia tangibilità allo stato puro. Anche questo, vedi, è l’Effetto Trieste.

Parlando di cose meno tristi. Ci racconti un aneddoto divertente che hai vissuto laggiù? 

Più che lassù, durante un viaggio per andare lassù.

Ero in treno, ovviamente deserto, con mia zia ed una sua amica: le stavo accompagnando da cicerone a Trieste. Seduta vicino a noi, solo una dimessa vecchietta, salita a Venezia.
Bon, ero lì con la mia guida, e per fare la figa mi sono messa a fare un lungo sermone si triestini, sui loro difetti, sulla fenomenologia del “No se pol”, sull’istintiva diffidenza verso il turista, fino a trascendere in commenti poco diplomatici sulla scarsa affabilità triestina e sul fatto che un minimo di simpatia in più aiuterebbe il rilancio turistico della città. A quel punto, dopo aver sproloquiato un quarto d’ora ed essermi abbandonata tutta tronfia e soddisfatta di me sul sedile, la vecchiettina si volta tutta arzilla verso di noi e, in  perfetto triestino, ci dice: “Comunque se avete bisogno di notizie sulla mia città, chiedete pure!”

Stai per tornare a casa e vuoi comprarti un souvenir, cosa acquisti come ricordo?

Un pacchetto di caffè, il migliore si possa trovare in Italia, ed una lattina con dentro la Bora. Esistono davvero!


Ultima domanda: Se Trieste fosse:

Un colore:  Il colore del mare di notte, quando vi si riflette dentro la luce dei lampioni
Un sentimento: Struggimento
Un aggettivo: Cangiante
Una persona: Mio fratello S.

sabato 10 maggio 2014

Paralisi notturna e illusione ipnagogica o ipnopompica

10 maggio 0 Comments
Post tratto, e revisionato oggi, dal vecchio blog. Lo riporto perché ha riscosso un successo strepitoso e penso sia giusto lasciarlo online, visto che può essere ancora utile a tantissime persone che hanno testato personalmente questa esperienza non sapendo realmente di cosa si tratta.

17 Aprile 2010

Circa due mesi fa, ho rapito mio marito e l’ho portato in un bellissimo agriturismo che si chiama La Fenice, non troppo distante da Bologna. Fra parentesi ve lo consiglio, è un posto meraviglioso e si mangia divinamente. Ho scelto per noi due la stanza più bella e ci hanno dato una splendida torre del 1500. Nonostante fosse restaurata di recente, aveva ancora quel fascino particolare ricco di storia che solo un edificio così antico può esercitare. Una torre quadrata e bassa, soppalcata completamente in legno, con enormi finestroni di vetro colorato, tende di velluto pesante bordeaux, grandi termosifoni di ghisa lavorata, un caminetto magnifico, bagni con piastrelle raffiguranti regali animali e soffitti pieni di travi a vista scure. Il soppalco scricchiolava non poco ad ogni passo, il silenzio della campagna era avvolgente, dalle finestre una leggera nebbiolina lasciava intravedere il bosco tutto attorno, insomma un posto stupendo ma, almeno per me, leggermente inquietante, complice anche il clima ancora invernale. Il fatto di non dormire nel mio letto, di essere in preda ad una sottile  ansia, di sentirmi fuori luogo forse, la presenza di alcuni insetti, mi hanno regalato un sonno orribile.
Mi sono rigirata nel letto almeno un miliardo di volte, ero sempre all’erta e non so il perché.

Ad un certo punto è accaduta una cosa agghiacciante. Spiegarlo a parole non renderà mai e poi mai l’idea di cosa ho provato in quel momento. C’è mancato poco che ci lasciassi le penne dal terrore.
Ero a pancia in su, sveglissima che osservavo nella penombra le travi sul soffitto sopra la mia testa, quando qualcosa, o qualcuno, si è seduto su di me a cavalcioni. Un peso nitidissimo mi ha spinto, compresso e schiacciato sul materasso. Non riuscivo a muovere un muscolo, ma non dal terrore, ero proprio completamente paralizzata. Potevo muovere solo gli occhi, nemmeno il collo, un dito, un piede, niente. E questo peso su di me era ancora lì, lo sentivo benissimo, seduto sulla mia pancia, sul bacino, proprio come se qualcuno si fosse messo a cavalcioni sul mio corpo. Non era pesantissimo, non come un’adulto. Direi più come un cane o un bambino piccolo. Cercavo di muovermi e di gridare, ma non si apriva nemmeno la bocca, non mi usciva un filo d’aria dalla gola. In preda  al terrore ho cercato di restare lucida, di capire cosa stesse succedendo e di calmarmi. Dopo un paio di minuti sono riuscita, con una fatica mondiale, a spostare le braccia, le gambe, piano piano ho riacquisito la possibilità di muovermi e di parlare, ma la voce era bassissima, come se avessi gridato tutta la notte.

Qualche altra volta mi era successo di sentirmi quasi paralizzata di notte, ma mai in questo modo, e assolutamente MAI ho sentito qualcuno sedersi su di me.
Essendo io una persona scettica e razionale, pur rimanendo talvolta affascinata da fatti senza un'apparente spiegazione scientifica, il giorno dopo mi sono fiondata su internet e ho cercato una spiegazione.
L’ho trovata immediatamente. Si chiama Paralisi Notturna. E nel mio caso è stata combinata con un’Illusione Ipnagogica (O Ipnopompica).

Non so se l’avete mai provata questa combo micidiale, ma vi assicuro che io ero assolutamente certa di essere sveglia, vedevo il soffitto e le travi. Sono anche assolutamente certa di aver sentito qualcosa o qualcuno sedersi su di me e schiacciarmi sul materasso.
E’ incredibile ciò che il nostro cervello riesce a fare. Incredibile che la nostra coscienza possa distaccarsi da ciò che fa il corpo. Sono rimasta profondamente colpita da questa esperienza, che per altro non auguro al mio peggior nemico. Ho avuto la tremarella tutto il giorno successivo.
Sono affascinata dalla nostra mente. Non avevo mai avuto un’allucinazione ed è una cosa incredibile, tutt’ora faccio fatica a credere di essermi immaginata tutto. Del resto basta riflettere sul fatto che si chiamano "Allucinazioni", o "Illusioni", proprio perché sono indistinguibili dalla realtà.

Ecco una breve spiegazione tratta da Wikipedia di entrambe le esperienze e la foto della torre del 1500 dove abbiamo soggiornato.

La paralisi nel sonno, detta anche paralisi ipnagogica, è un disturbo del sonno in cui nel momento prima di addormentarsi o, più comunemente, al risveglio ci si trova senza la possibilità di potersi muovere. Questo disturbo dura molto poco (al massimo 2 minuti dal risveglio o pochi secondi prima di addormentarsi), talvolta qualcosa in più, ma mai per un tempo troppo lungo, consiste nel fatto che tutti i muscoli del corpo sono paralizzati, e la persona in cui si manifesta è del tutto cosciente e riesce a controllare solamente pochissimo del suo corpo, in certi casi solo il movimento degli occhi, della lingua o alcuni lievissimi movimenti degli arti, comunque durante le paralisi la respirazione è sempre assicurata.
Questo stato di paralisi è dovuto dalla persistenza dello stato di atonia che i muscoli presentano durante il sonno ed è causato da una discordanza tra la mente e il corpo: il cervello è attivo e cosciente, e il soggetto riesce spesso a vedere e sentire chiaramente ciò che lo circonda, nonostante ciò il corpo continua a rimanere in stato di riposo. Ciò solitamente incute nell’individuo affetto terrore e angoscia. Le cause più comuni sono: mancanza di riposo, stress, ritmi di sonno irregolari. Spesso la “vittima” di tale paralisi tende a gridare, talvolta chiedendo aiuto, ma quando cercherà di farlo non griderà, bensì emanerà solo un lieve sussurro ed avrà la sensazione sgradevole, di sentire la propria voce soffocata da qualcosa di anomalo.
La paralisi notturna “è una delle scoperte sul sonno più sorprendenti: durante ogni fase REM (per 4 o 5 periodi ogni notte, dunque, e per un totale di circa 90 minuti) il corpo dell’uomo (ad eccezione degli occhi) è completamente paralizzato, non è possibile muoversi e si perde il controllo dei muscoli. Probabilmente, questa paralisi ha la funzione di difendere l’individuo dai movimenti inconsulti provocati dal sogno” (Piero Angela, 1994). Perciò il periodo di paralisi durante il sonno sembra normale. Ciò che è insolito è l’associazione di questo ad uno stato cosciente della mente.

Le paralisi nel sonno vanno distinte dalle illusioni ipnagogiche con le quali però possono accompagnarsi causando sensazioni particolarmente vivide e talvolta terrificanti.

L’incubo di Johann Heinrich Füssli rappresenta un’illusione ipnagogica.


Questa fase dura da qualche secondo a diversi minuti in cui alcuni o tutti i sensi, ma in particolar modo vistaudito e tatto, possono risultare coinvolti e frequentemente è molto difficoltoso per il soggetto distinguere l’allucinazione dalla realtà. Alcune volte le allucinazioni ipnagogiche possono costituire un’esperienza piuttosto spaventosa, specialmente perché l’illusione consiste in soggetti terrificanti; nel momento in cui si vive l’esperienza l’approccio migliore consiste nel riflettere che tutto ciò che si sta manifestando non è reale e calmare il proprio panico di fronte a queste illusioni (visive, tattili e uditive) in quanto si alimentano dalle stesse paure del soggetto dormiente, poi scompaiono lasciando il posto ad un sonno ristoratore.

Ricapitolando, non è niente di paranormale, ma si tratta di pura e semplice scienza. Capisco però, perché fino al secolo scorso, queste esperienze, hanno collaborato alla diffusione dello spiritismo e del paranormale. 

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