mercoledì 29 luglio 2015

Sono diventata mamma!

29 luglio 0 Comments
Non fate quella faccia! Ora vi spiego! : )

Quello di oggi è un post particolare, diverso dal solito e molto, molto importante per me. Due nuove date sono entrate a far parte della mia vita. Due nuove ricorrenze. Una è il 27 luglio e l’altra il 17 febbraio.

Il perché è presto detto: io e mio marito, il 27 luglio appena trascorso, grazie alla Onlus Namastè, siamo diventati “genitori” a distanza di una bellissima bambina indiana che ha compiuto otto anni il 17 febbraio.

Non avendo figli miei (per scelta), il pensiero di essere diventata “mamma” mi riempie di immensa gioia. Da qualche giorno, quindi, è iniziato un percorso nuovo ed emozionante. Un capitolo della nostra vita tutto da scoprire e spero, svariati viaggi in India per poterla abbracciare. La “nostra” bambina è di una bellezza che spezza il fiato e non lo dico perché me ne sono innamorata a prima vista, lo dico perché è vero.

Questo post nasce dall’esigenza di condividere la mia gioia col mondo intero e da quella di documentare nel tempo l’attività che Namastè svolge e svolgerà in particolare per noi, in modo trasparente e imparziale, non essendo noi volontari dell’associazione ma solo sponsor, per farvela conoscere e chissà, per piantare nel vostro cuore il seme della fiducia, dell’amore e della solidarietà.

Grazie al mio maestro delle elementari, con il quale sono ancora in contatto dopo la bellezza di 30 anni, ho conosciuto quest'associazione. Devo premettere che il mio maestro è una persona che rispetto e ammiro immensamente. Un uomo dall’anima delicata, che ha fatto della fotografia una passione e dell’insegnamento un motivo di vita. Osservando i suoi scatti è impossibile non cogliere la sua spiccata umanità e il suo grande amore per i dettagli e per la purezza. E’ un uomo generoso, altruista e innamorato della vita. Dico tutto questo per sottolineare la totale fiducia che ho in lui e questa fiducia è stata la scintilla che ha acceso tutto, illuminando con un nuovo raggio di sole la mia vita.


Dovete sapere che in passato ho avuto modo di lavorare (quindi stipendiata) presso una Onlus e anche se non ci occupavamo di adozioni a distanza, ma di tutt’altro, ho potuto vedere dall’interno com’è la realtà di un'associazione di volontariato. Probabilmente sono solo stata sfortunata, ma vi basti sapere che i miei occhi hanno visto cose vergognose, cose che sarebbero dovute finire sui giornali e persone che la legge avrebbe dovuto gettare in una cella ingoiando possibilmente la chiave. La mia fiducia verso qualsiasi associazione di volontariato, da allora (parliamo di molti anni fa, più o meno 15 ormai) è scomparsa. Piano piano, grazie alla LAV, è tornata a risalire in questi anni, ma in ogni modo mai verso una Onlus che si occupa di esseri umani. 

Mai, fino all’arrivo nella mia vita di Namastè.

Grazie al mio maestro, del quale come ho detto ho la fiducia più totale, ho potuto riassaporare il gusto della donazione, del volontariato, del donare è sempre meglio che ricevere. Chi mi conosce sa benissimo quanto io sia scettica, quanto io sia restia nel donare soldi che “non so dove vadano a finire”. Piuttosto ho sempre preferito fare volontariato in prima linea, come quando ero in Croce Rossa, ma donare soldi senza avere la possibilità di vedere con i miei occhi che finiscano davvero nelle tasche di chi ha bisogno, ecco, quello no, soprattutto dopo la mia tremenda esperienza personale in quella Onlus tanti anni fa.  

Un’altra qualità fondamentale che vado sempre cercando in una Onlus è la distanza da posizioni politiche o religiose. Aborro entrambe le cose e per principio non donerei a queste associazioni nemmeno 1 euro.

Beh, sono anni che ho il pallino di adottare un bambino a distanza, ma proprio per questi motivi non l’ho mai fatto. Il caso ha voluto che venissi a sapere di Namastè tramite gli scatti del mio maestro e un suo post su Facebook. Stupende immagini dell’India, di bambini meravigliosi, di sorrisi bianchissimi e occhi neri e luminosi come il cielo stellato. Parlando con lui, ho scoperto l’associazione con la quale lui e sua moglie collaborano da circa dieci anni. Mi sono fatta dare molte informazioni, ho studiato il loro sito e mi sono guardata il film documentario realizzato per altro proprio da lui e sua moglie (insieme ad altri volontari) sulla realtà indiana e la vita di quei bambini. 

Per loro due ormai l’India è una seconda casa, si recano spesso sul posto in missione e non solo toccano con mano la situazione, ma agiscono per il bene di chi ha bisogno, di chi ha chiesto aiuto, dei bambini e delle bambine sole, abbandonate, orfane o semplicemente indigenti. Insomma: FANNO.

Parole sì, aiuti in denaro sì, ma anche istruzione, miglioramento dello stato d’igiene, aiuto agli anziani, alle donne e ai bambini, ma soprattutto fatti



La mia esperienza è partita in modo rapidissimo perché sempre grazie al “caso”, se così vogliamo chiamarlo, il mio fidato maestro era in India quando io e mio marito abbiamo preso la decisione di adottare. E’ in India tutt’ora, mentre sto scrivendo questo post. Ha avviato le pratiche d’adozione istantaneamente e dalla lista d’attesa mi è stata "affidata" la bambina. Il giorno seguente è andato fisicamente a trovare lei e la sua famiglia, a visitarla dal punto di vista medico, a parlarle di noi, a portarle una nostra foto e immediatamente a fornirle un aiuto concreto comprandole alcune cose fra cui un vestitino nuovo e delle scarpe nuove (la piccola teneva una postura innaturale perché camminava chissà da quanto con sandali di almeno due numeri più piccoli dei suoi piedi…). 

Dopo la visita mi ha mandato una mail con allegate molte fotografie scattate in quell’occasione che documentano la vita della bambina, le condizioni della casa, il volto dei parenti con i quali vive, e non mi vergogno minimamente a dire che quando le ho viste, ho pianto. Un pianto di dolore per quella bimba sfortunata misto a un pianto di gioia, al pensiero di poterle dare un aiuto vero.



Mi ha detto che è una bimba carinissima, un po' timida e molto brava a scuola, tanto che ha preso una medaglia che gli ha mostrato tutta orgogliosa. Il suo colore preferito è il rosso e fra gli animali ama le tigri.

Nei primi scatti la bambina aveva un'espressione incuriosita e intimorita, ma quando ha compreso cosa stesse succedendo, ha elargito una serie di sorrisoni così grandi da riempire tutto il mio cuore.  

Mi è stato detto che il suo nome significa amata colei che sa rendere belle le cose e io non posso fare altro che confermare quanto sia vero, perché anche se forse non ne è ancora consapevole, ha reso più bella la nostra vita e noi l'amiamo già. 

Sono così felice che spero di contagiare anche la "mia" bimba e non vedo l'ora di cominciare con lei uno scambio epistolare. Il motto di Namastè è verissimo. 


Il bene bisogna farlo bene, altrimenti non ha senso.


domenica 26 luglio 2015

Listography #33: Places You'd Like To Visit

26 luglio 0 Comments


Dopo una serie di post lunghi e complessi, l’idea di spezzare il ritmo tornando al buon vecchio Progetto Listography, non mi dispiace affatto. Vediamo un po’ di cosa tratta l’argomento di oggi:

Posti che ti piacerebbe visitare.


Bamboo Forest - Giappone 

Forse qualcuno di voi si ricorderà che in un vecchio Listography affrontai già questo tema, ma possiamo sempre approfondire, così potrete suggerirmi qualche luogo o darmi qualche dritta sui posti che meritano una visitina. Che ne dite? Al momento la mia attenzione è rivolta all’estero, perché l’Italia spero di gironzolarla quando sarò in pensione. Confidando di arrivarci e di essere anche in salute, tiè.

1) Cominciamo con una meta che bramo da sempre: Il Giappone.


Wisteria Tunnel - Giappone

Amante di anime e manga, d’invenzioni bizzarre, di ramen e sushi (anche se rigorosamente veg), di tecnologia, di arti marziali interne - sì lo so, sono più Cina che Giappone, ma sempre di Oriente si tratta, non fate i pignoli! - e vicina alla filosofia dello Shintoismo, mi piacerebbe un giorno visitare questo paese che trovo meraviglioso pur con tutti i suoi difetti, caccia alle balene in primis.

2) Al secondo posto ci sono gli Stati Uniti d’America.


Maine - USA 

Come sopra, pur essendo un paese stracolmo di difetti, vorrei un giorno fare un coast to coast e vedere città come New Orleans, New York, Los Angeles, Chicago, San Francisco o Las Vegas, senza dimenticare però le piccole località come Roswell, Fairport Harbor, Mendocino County, Lunenburg o Martha’s Vignard. Mi piacerebbe tantissimo vedere il Maine, la Nuova Scozia e il New England, quindi la costa est, per intenderci.

Si tratta di una costa punteggiata di “Cove”, (prima che me lo chiediate la risposta è NO, non esiste la famosa Cabot Cove de La signora in giallo, ma esistono decine e decine di altri Cove, come Perkins Cove, ad esempio); piccolissimi paesini, spesso di pescatori, fatti di casette di legno colorato, a volte a picco sul mare e circondate da perfetti giardini all’inglese.

Ok, è molto Finland questa cosa, me ne rendo conto, e forse è per questo che vorrei tanto andarci un giorno.


Crystal Cave - Islanda 

3) Al terzo posto ci sono Gran Bretagna e Islanda. Oh come mi piacerebbe fare un giretto da quelle parti. Soprattutto in Islanda. Prima però ho in programma di fare una capatina al 221/B di Baker Street a Londra. Sapete com’è…

4) Essendo ormai di casa in Finlandia, ma non avendo mai visto la Lapponia (più che altro per una questione di money), vorrei andare anche a Rovaniemi un giorno e magari arrivare fino a Capo Nord sulla Sampo fra i ghiacci.



5) A proposito di navi, sogno da sempre una crociera sui fiordi norvegesi e sono certa che prima o poi ci riuscirò.

6) Una notte, non molto tempo fa, feci un sogno stranissimo ambientato in cima alle scogliere a picco sul mare della Normandia e da quel giorno desidero tantissimo vederla.



7) Amando e collezionando fari marittimi, vorrei visitarne quanti più possibile e magari un giorno vorrei poter alloggiare qualche notte in uno di essi. Il mio cuore, sappiatelo, vive a Strömmingsbådan. Qui:



C’è da dire che ho sempre sognato di poter vedere tutto il mondo prima di tirare le cuoia, quindi questo post ha in effetti poca valenza. Posso solo stilare una classifica basata sulle priorità e al momento direi che son queste.

Diciamo che detesto il caldo umido e afoso, mentre amo il freddo, la pioggia, il sole tiepido, i ghiacci e la neve, quindi sì, non mi dispiacerebbe andare anche in Egitto, in India o in Africa un giorno, ma sono mete che tengo per ultime soltanto perché il caldo mi terrorizza.
In Messico e il Guatemala ho beccato una dose di caldo talmente assassino che mi basterà ancora per qualche anno e in questo momento sto scrivendo da una Bologna rovente, quindi per ora niente posti esotici, grazie! ^^’

sabato 18 luglio 2015

127.0.0.San Juan Chamula e San Lorenzo Zinacantán, Chiapas - Messico - Giorno 9

18 luglio 0 Comments

Inizio il post di oggi con una premessa: questo sarà un post piuttosto lungo, ma affascinante, soprattutto per coloro che amano il mistero e le antiche leggende Maya, quindi portate pazienza e se vi va, rimanete un po’ con me.


San Cristóbal De Las Casas, San Juan Chamula e San Lorenzo Zinacantán
Chiapas, Stati Uniti Messicani
18 Aprile 2007

La giornata di oggi è partita con un’ottima colazione a buffet in hotel e un giro all’affollato Mercato Municipal di San Cristóbal dove ho acquistato del piccantissimo peperoncino Habanero da portare in Italia. Dopo una breve visita alla Iglesia (chiesa) di Santo Domingo, abbiamo preso il nostro pullman e siamo partiti alla volta delle comunità indigene di San Juan Chamula e San Lorenzo Zinacantán

Non sono molto distanti da San Cristóbal de las Casas, eppure le differenze nei modi di vivere, di pregare, di mangiare e di vestire, sono davvero marcate. Passeggiare per queste comunità Tzotzil è qualcosa che vi porta oltre la soglia del tempo, ve lo assicuro. I Maya Tzotziles sono uno dei principali gruppi indigeni del Chiapas e costituiscono circa un terzo della popolazione indigena dell’intero stato. In queste montagne della Sierra Madre si parla spagnolo, ma anche l’antica lingua Tzotzil, la lingua Maya. Siamo a circa 2200 metri sul livello del mare.



La prima tappa è stata presso San Juan Chamula, a circa 10 chilometri da San Cristóbal, dove nella piazza del paesino gli uomini, vestiti con tuniche nere (o bianche) strette in vita chiamate chujes, giocano a carte e chiacchierano, mentre le donne vendono frutta e verdura, nelle loro giacche ricamate dette hupiles, sopra larghe mantelle colorate e gonne nere lunghe fino alle caviglie. 


Fotografia di Annalisa
La piazza è divisa in due zone, una sacra e una no, nella zona sacra vi rientra la chiesa e nell’altra il pittoresco mercato pieno di colori e di donne. Qui ho visitato la chiesa che più mi ha colpito in assoluto: la cattedrale di San Juan Bautista, dove il rito cattolico si affianca serenamente ai misteriosi riti pre ispanici e, lo giuro sui miei gatti, si tratta di un luogo incredibile. L’impatto emotivo che si ha varcando la soglia di questa piccola cattedrale è pazzesco. 

Purtroppo è severamente vietato scattare fotografie al suo interno, perché i Chamula credono che le foto rubino loro lo spirito (inoltre gira la leggenda che si rischino 3 giorni di carcere e sinceramente la prospettiva non era delle più allettanti), perciò vi dovrete accontentare delle mie parole e di uno scatto rubato che ho trovato in rete del quale, ovviamente, citerò la fonte, così se proprio devono arrestare qualcuno, non arrestano me. 


Interno della chiesa - Fonte: Siemens
Fonte: Wikipedia
Il pavimento della chiesa è letteralmente cosparso di aghi di pino e il profumo che emana è qualcosa di unico. Non ci sono panche né altari, ma migliaia di candele disseminate ovunque, dal pavimento all’abside e l’odore di cera, incenso e pino avvolge con tale violenza da inebriare completamente i sensi. 
L’illuminazione è merito delle poche finestre colorate e delle candele che con la loro fiamma tremula gettano lunghe ombre danzanti sulle nicchie delle navate che ospitano pregiate statue in legno di diversi santi, messe in fila e che tengono in mano o appesi al collo, specchi in cui i fedeli vedono riflessa la loro immagine. 
Alcune persone sono inginocchiate a terra; mangiano, cantano, pregano, bevono sorsate di Cola e ruttano forte, facendo uscire dal loro corpo gli spiriti del male. Un’altra bevanda rituale che sono soliti consumare in chiesa è il Posh, un alcolico a base di canna da zucchero.


Mariano Gonzalez Chavajay: Oculista indigena (Indigenous eye doctor), 1993
Questa è la terra dei curanderos, i guaritori. Questa comunità pratica antichi rituali di guarigione e per alcuni dei quali vengono usate ossa, uova e polli vivi che sacrificano in chiesa, mangiandoli poi come alimento sacro o seppellendoli davanti alla casa delle persone malate che hanno bisogno di guarire. A tal proposito voglio fare una parentesi sulla figura del guaritore perché la trovo dannatamente affascinante (sacrificio di animali vivi a parte che trovo aberrante, soprattutto in tempi moderni).



In Messico esiste da secoli una figura chiamata curandero. A dire il vero ne esistono di due tipi: il guaritore “normale”, detto appunto curandero e quello “scelto dal fulmine”, il granicero.

Pedro Rafael Gonzalez Chavajay: La Comadrona (The midwife) 1996
Questi guaritori operano per mezzo della medicina tradizionale, tramandata di generazione in generazione dalle antichissime tradizioni pre e post ispaniche. Questi uomini sono i detentori di un sapere quasi dimenticato e ormai ne esistono sempre meno, perché i giovani, chiamati a prendere il posto degli anziani, tendono a rifiutare l’incarico che, oltretutto, viene svolto a titolo gratuito e comporta molte responsabilità. 
Questi due tipi di guaritori si specializzano poi in altri sottotipi e si ritrovano in gruppi creando chiese, confraternite o associazioni. E’ possibile quindi trovare i Curanderos Espiritistas (che operano guarigioni di tipo medianico), Espiritualistas (l’equivalente della chiesa, utile alla guarigione dello spirito), Yerberos (guaritori che usano erbe), Hueseros (coloro che riparano ossa rotte), Parteras (le levatrici), Brujos (gli stregoni o sciamani), ecc…

Il granicero, invece, è colui che ha la sfortuna di venir colpito da un fulmine; il fatto che sopravviva significa che è stato scelto come guaritore, acquisendo poteri paranormali, come la possibilità di manipolare il clima, aiutato da esseri spirituali definiti i ‘lavoratori del tempo’ (trabajadores temporaleños) con i quali è entrato in contatto a seguito della traumatica esperienza. Se chi viene colpito dal fulmine invece muore, la sua anima si unisce agli spiriti del tempo. Il granicero è un curandero che oltre a dedicarsi alle “normali” attività di guarigione, è in grado di modificare e manipolare gli elementi atmosferici, richiamando o allontanando nubi, scatenando fulmini, piogge, ecc…

--Piccolissima parentesi per appassionati come me: Anche a voi ha ricordato la splendida puntata di X-Files, D.P.O. (Titolo italiano: Fulmini), con il bravissimo attore seminostrano Giovanni Ribisi e il grande Jack Black?--




I graniceros sono organizzati in corporazioni, ognuna delle quali fa riferimento a un suo luogo sacro, una grotta per la precisione, da essi chiamata Templo (il tempio). Il gruppo è molto ristretto e i suoi componenti si differenziano da altri guaritori per essere stati scelti “desde Arriba”, cioè dall’Alto. Questi guaritori non possono rifiutare il loro destino, pena l’atroce morte causata dalle conseguenze del fulmine che li ha colpiti.

Nel caso siate in viaggio da queste parti e vi interessi approfondire l’argomento, il Museo de Medicina Maya di San Cristóbal dedica molto spazio alla storia e alla teoria della medicina Maya indigena e dei rituali che si svolgono proprio a San Juan Chamula.
  
Chiudendo questa affascinante parentesi sulle tradizioni locali, torno a parlarvi dei Chamulas che sono anche ottimi artigiani; producono tessuti decorati a mano, di splendida fattura, con cui creano giacche, gonne, mantelle e borse. I loro lavori di artigianato si possono trovare in molti mercati della zona. 


Fonte: Wikipedia
E’ una comunità particolare questa, perché sono soprattutto le donne a lavorare, mentre gli uomini oziano, giocano a carte o discutono fra loro. San Juan è un luogo pazzesco, personalmente mi ha colpita moltissimo. L’incredibile varietà dei colori che si possono vedere qui è meravigliosa. La chiesa, tutta bianca come la neve, ha un ingresso stracolmo di colore. Tre archi di tre misure in scala, il più esterno verde chiaro, il medio blu e il più interno verde scuro, incorniciano la porta in legno della chiesa e sono decorati con molti colori diversi come il bianco, l’arancio, il rosso, l’ocra, il viola e l’azzurro. Tutti simbolismi Maya abilmente nascosti agli occhi dei conquistadores, come decorazioni a forma di fiori che invece nascondono croci.


Queste due simpatiche ragazze stanno "tessendo" una penna per me, col mio nome.
La seconda tappa è stata Zinacantán, un’altra comunità indigena piuttosto vicina a San Juan Chamula e il suo nome significa "il luogo dei pipistrelli". 

Diversamente da San Juan, questa comunità è leggermente più ospitale nei confronti degli stranieri e qui abbiamo potuto interagire molto di più con la popolazione arrivando persino a visitare la casa di una famiglia davvero gentile che ci ha invitato ad assaggiare delle strepitose tortillas cotte sul momento, direttamente sulla brace e sulla pietra. Riempite di formaggio fresco e saporitissimo, spezie e verdure, erano a dir poco deliziose. Dubito che si possano mangiare così buone in qualsiasi ristorante. 


E' fuori fuoco, lo so, perdonatemi : )
La casa di questa famiglia è una misera capanna, con un paio di letti, qualche vecchio mobile, un piccolo altare per pregare, un cortile con qualche animale domestico e una cucina buia e dannatamente povera. Eppure è gente sorridente, ospitale, gentile. Dopo questo inaspettato pranzo, se così vogliamo chiamarlo, ci hanno mostrato gli abiti che vengono tessuti dalle donne del posto nei loro grandi telai che di solito tengono nei cortili. 

Alle coppiette appena sposate, come anche nel nostro caso, hanno fatto indossare gli abiti cerimoniali che vengono usati nel rito del loro matrimonio. Coloratissimi e ai nostri occhi, decisamente buffi, (in particolare quelli dello sposo) come potete vedere : )


Abiti tradizionali per la cerimonia del matrimonio.
Qui vengono coltivati e venduti tantissimi fiori e la piccola chiesa cattolica di Zinacantán ne è piena. Questa zona del Messico è particolarmente attaccata alla terra e ai suoi frutti, lo è in modo assolutamente sacro. Alcune coltivazioni, come il mais, ad esempio (pianta d’importanza vitale per il Messico, sia come alimento che come radicato simbolismo Maya) vengono lavorate esclusivamente a mano, con lo scopo di lasciare “pura” la terra, rispettandola senza violarla con strumenti invasivi come gli aratri. Quasi tutte le donne camminano scalze con lo scopo di mantenere un costante contatto con la terra. Gli aghi di pino riempiono i pavimenti di moltissime chiese, poiché il pino è considerato dal popolo Maya un canale di collegamento con gli spiriti degli antenati e con gli altri mondi, quelli terreni (o meglio sotterranei) e quelli celesti.

Princesa tz'utujil con sus flores - Chema Cox & Edwin Gonzalez

Queste comunità sono un'esplosione di colori. Gli uomini indossano grandi cappelli di paglia ornati con frutta, fiori e lunghi nastri variopinti, le croci nei campi che indicano i luoghi in cui vivono le divinità dei loro antenati sono altrettanto colorate. I mercati sono pieni di stoffe sgargianti, fiori bellissimi, frutti profumati e legumi dalle mille sfumature. Le donne tessono nei loro cortili abiti splendidi e il sole fa brillare i colori usati per decorare le candide chiese. E' un luogo unico, pregno di energia e magia. Se un giorno passerete dalle parti del Chiapas, non dimenticate queste due mete, perché ne vale veramente la pena.

Terminato il nostro giro sulle montagne della Sierra Madre, siamo rientrati a San Cristóbal e avendo il resto della giornata libera, abbiamo deciso di approfittarne! Il nostro piccolo gruppetto affiatato si è separato dagli altri babbani e con una nuova guida, Stefania, abbiamo lasciato la città per avventurarci nel magnifico Canyon del Sumidero a bordo di velocissime barche a motore, per un'escursione all'insegna della natura selvaggia del Chiapas. Il Canyon merita un post a parte, perciò per oggi vi saluto qua, sperando di aver accresciuto la vostra fame di sapere.

Fonte dei dipinti: Arte Maya

domenica 12 luglio 2015

127.0.0.San Cristóbal de Las Casas, Chiapas - Messico - Giorno 8

12 luglio 0 Comments

San Cristóbal De Las Casas, Chiapas, Stati Uniti Messicani
17 Aprile 2007

Eccoci a parlare nuovamente del nostro viaggio in Messico e in Guatemala. 
Ci siamo lasciati sulle sponde del magnifico lago di Atitlán, nella turistica località che prende il nome di Panajachel. Il nostro ultimo giorno in Guatemala è trascorso all’insegna degli acquisti, visto che dovevamo finire i Quetzal che ci erano avanzati nel portafogli. Un lavoro duro, ma qualcuno doveva pur farlo! 
In mattinata abbiamo ripreso il nostro piccolo pullman e ci siamo diretti al confine. 


Carretera Interamericana 
La Mesilla è un villaggio nel comune di La Libertad, nel Dipartimento di Huehuetenango, ancora in Guatemala. 


Donne del posto che vendono viveri agli automobilisti di passaggio fermi, come noi, a posti di blocco.

A La Mesilla, siamo arrivati dopo ore di lunghe, desolate e assolate strade e una volta sbrigate le formalità doganali per rientrare in Messico abbiamo cambiato mezzo e ritrovato Silvia, la nostra guida messicana. Il pullman col quale girovaghiamo adesso, è bello grande, pulito e comodo. Molto meglio del vecchio e scarcassato trabiccolo guatemalteco. Dopo questa breve sosta utile e ristoratrice, ci siamo diretti verso la nostra prossima meta, lo Stato del Chiapas, nello specifico a San Cristóbal De Las Casas, dove ci siamo uniti a un altro gruppo di turisti di varie nazionalità.


Un tipico autobus messicano, da e per La Mesilla.
















Ora siamo 42 (che come si sa è la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, sull'universo e tutto quanto) e in mezzo a queste 42 persone c’è un numero spropositato di rompicoglioni, giusto per usare un francesismo. Stavamo tanto bene in una decina… ma io dico, perché unire due gruppi a metà viaggio?! Va beh, dovremo tollerare questa fastidiosissima marmaglia di soggetti con la puzza sotto al naso e l’ombrellino bordato di pizzo per ripararsi dal sole, manco fossimo sul Nilo in un film con Poirot… 




Bene, dicevamo: San Cristóbal De Las Casas. In poche parole: una bellezza in pieno stile coloniale magnificamente conservata. Epperò non bastano poche parole, per un posto come San Cristóbal e anzi, di cose da raccontare ce ne sarebbero veramente tantissime. 


La Vallata. Fonte: Wikipedia
Cominciamo col dire che siamo in una fertile valle circondata dalle montagne della Sierra Madre; questa cittadina fondata nel 1528 da Diego de Mazariegos durante l'espansione spagnola verso il sud del Messico, oggi conta più di 120 mila abitanti divisi in varie etnie discendenti dai Maya, riconoscibili dai diversi colori del loro sgargiante abbigliamento. 
San Cristóbal è il fulcro economico e politico della regione di Los Altos de Chiapas. Il tratto di Cordillera che collega il Messico al Guatemala. Fu capitale del Chiapas prima dell’attale Tuxla Gutiérrez, ma attualmente si può comunque considerare la capitale culturale. 



Dagli anni settanta è diventata una meta turistica molto ambita e fa parte del gruppo delle Città Magiche o Pueblos Magicos, un’iniziativa votata al turismo, che raccoglie le città più belle sotto il profilo storico, culturale e ambientale. La splendida chiesa di Santo Domingo, risalente al 1547, esempio grandioso del barocco messicano, vanta un numero notevole di visitatori l’anno e non è da meno nemmeno il museo Na Bolom, situato nel Barrio (quartiere) el Cerillo, dove è possibile vedere una discreta collezione di reperti Maya.





San Cristóbal deve il suo nome al frate domenicano Bartolomé De Las Casas, che denunciò le vessazioni inflitte dai Conquistadores alle popolazioni locali; è suddivisa in piccoli quartieri, ognuno rinomato per un’attività particolare che vi si svolge, come ad esempio la lavorazione del ferro battuto, e la sua pianta "a griglia", sviluppata attorno al Parque Central, permette di visitarla a piedi molto facilmente. Le piazze sono dominate da chiese barocche, molte antiche dimore, sono state trasformate in Posadas con splendidi chiostri ornati da giardini e due templi, uno dedicato a San Cristóbal e uno alla Virgen de Guadalupe, sembrano vedette che osservano il centro da opposte colline. Le casette coloniali che bordano il parco sono basse e coloratissime, le strade sono in ciottolato e ad ogni angolo c’è un tipico mercato o anche solo alcune isolate bancarelle molto pittoresche. 



La cattedrale. Fonte: Wikipedia

Diverse strade sono chiuse al traffico e convergono verso la piazza centrale che porta vari nomi come Zocalo, el Parque Central, Plaza de 31 de Marzo o ancora Parque Vicente Espinoza, dove si trovano il Palacio Municipal, costruito nel 1885, un impressionante edificio storico che presenta una serie di archi sostenuti da colonne in stile classico, la cattedrale e la Chiesa di Santo Domingo, color senape; un incontro di influenze barocche, moresche e indigene di grande fascino. Prima che faccia buio è possibile ammirare la sua splendida facciata illuminata dal sole che tramonta. 



Il chiosco al centro dello Zocalo. Fonte: Wikipedia.

Questa zona della città è il centro nevralgico del turismo e degli stessi cittadini che soprattutto di sera amano ritrovarsi, magari ascoltando la musica dal vivo che viene suonata nel chiosco al centro della piazza da ottimi musicisti, per poi sparpagliarsi nei locali di cui la cittadina è piena. Gli ampi viali attorno allo Zocalo sono disseminati di comode panchine in ferro battuto e seduti lì si può godere di tutta la bellezza che questo luogo regala al visitatore.


San Cristóbal, vi assicuro, è magnifica.

Mansión del Valle
Ovunque si possono trovare agenzie di viaggio, scuole di lingua, piccoli cinema, musei, mercatini, botteghe, caffè e ristoranti. Insomma, la bohémien San Cristóbal De Las Casas è una cittadina molto famosa, attiva e piena di turismo; dalle comitive al singolo viaggiatore ‘zaino in spalla’. Vi sono anche moltissime soluzione per alloggiare in questa deliziosa città e per quanto ci riguarda, dormiremo presso lo splendido Mansión del Valle, in Diego de Mazariegos 39, Barrio de la Merced.

I coloratissimi fagioli del mercato. Fonte: Annalisa.
Domani ci aspetta una lunga escursione presso le comunità indigene che abitano queste montagne, perciò la giornata di oggi l’abbiamo passata a zonzo fra gli splendidi vicoli di questa piccola perla del Chiapas. Il Mercato Municipal, frequentato dagli Indios, è enorme e fra le sue bancarelle è possibile trovare soprattutto frutta e pescato. Il centro storico è abitato soprattutto da ladinos, mentre il popolo Maya lo si trova nei mercati, intento a vendere stoffe, coperte, abiti e artigianato in argento, legno e cuoio sulle bancarelle attorno alla chiesa di Santo Domingo o al mercato municipal, dove si può trovare di tutto, come peperoncino, frutta, erbe medicinali, verdure di ogni tipo, tantissime varietà di fagioli secchi meravigliosamente colorati e pannocchie arrostite con carne soffritta in sughi piccanti. 

Chiesa di Santo Domingo. Fonte: Wikipedia.
La cucina qui in Chiapas, ma in particolar modo a San Cristóbal, è unica rispetto a qualsiasi altra parte del Messico. Si possono assaggiare un numero spropositato di piatti a base di pollo, maiale e manzo preparati con erbe aromatiche molto particolari e condimenti locali che non troverete altrove. 
Questo video a dir poco meraviglioso, vi mostrerà San Cristóbal De Las Casas in tutto il suo splendore, cosa che io non sono riuscita a fare con le mie parole. Guardatelo e riempitevi gli occhi di bellezza. 



Koti on siella missä sydämesi on