giovedì 29 giugno 2017

The Last of Us

29 giugno 0 Comments

Bentrovati, carissimi Naviganti! 

Metto momentaneamente da parte i post sulla cucina Gluten Free, sui libri e tutto il resto per tornare finalmente a parlare di videogiochi. Quest'oggi ho il piacere di ospitare una bellissima, e soprattutto sentita, recensione di un gioco a dir poco memorabile, di cui sta per uscire l'attesissimo seguito. Sto parlando di The Last Of Us

Purtroppo ancora non si sa nulla sulla data di uscita del secondo capitolo della saga, ma proprio perché l'hype è altissimo e in tanti lo stanno aspettando con ansia, ho pensato di parlarvi del primo, che sarà bene rigiocare, così da affrontare il prossimo episodio belli preparati. 

Chi invece non ha mai giocato a The Last Of Us, sappia che è il caso di farlo. Non vorrete perdervi un capolavoro della storia videoludica, vero?

Andiamo a sentire cosa ha da dire il mio ospite, ovvero Hyunkel76, che mi ha rilasciato questa splendida recensione! 



Ciao a tutti, cari videogiocatori!

Oggi parliamo di The Last of US, uno dei titoli di punta della ormai vecchia PS3, tornato in versione remastered per PS4; si tratta dello stesso identico gioco, ma con grafica pesantemente ammodernata.

Il prodotto è sviluppato da quei geniacci della Naughty Dog, responsabili di capolavori come la serie di Uncharted e quella di Crash Bandicoot.

Inutile approfondire su di loro più di tanto, visto che non hanno mai sbagliato un colpo.

L’incipit della storia non è fra i più originali: mondo post apocalisse zombi (non sono veri e propri morti viventi, ma il concetto è quello), umanità organizzata in piccoli centri sotto ciò che resta di un governo pseudo militare, terroristi (o presunti tali) che cercano di trovare una cura per l’umanità, ecc…. ma se fosse tutto qui sarebbe solo l’ennesimo gioco su di un tema trito e ritrito.

Fortunatamente la storia che ruota attorno ai protagonisti, la loro crescita morale, il loro passato e le incognite sul loro futuro, rendono questo titolo davvero un must per chi, come me, ama vivere “esperienze” piuttosto che semplicemente giocare.

Per tutta la durata del gioco (a parte un capitolo) vestiremo i panni di Joel.
Joel si ritrova a subire un lutto devastante nei primi minuti di gioco, che lo segnerà per i 20 anni successivi.

La nostra avventura vera e propria parte, appunto, dopo 20 anni dall’apocalisse.

Il Cordyceps è un fungo che infesta il cervello delle vittime tramite inalazione di spore o se si viene feriti da un ospite infetto. L’effetto è simile alla classica zombificazione e una volta infettati si perde il controllo nel giro di massimo 24 ore.
Non esistendo ancora una cura, chiunque venga infettato non ha alcuna possibilità di salvezza.
Più a lungo un ospite resta in vita, più l’infezione si espande, mutando il corpo del soggetto attraverso diversi stadi.

Lo stadio iniziale, che non cambia molto l’apparenza del soggetto, attacca a vista qualunque non infetto veda.

Lo stadio successivo, dove compaiono alcune placche fungine sul viso delle vittime, porta i soggetti a nascondersi in luoghi impensabili così da tendere agguati agli umani non infetti.

Il terzo stadio sopraggiunge parecchio tempo dopo l’infezione iniziale e lo si riconosce per il viso ormai tutto ricoperto dal Cordyceps. I soggetti a questo stadio sono ciechi, ma hanno un udito formidabile e sono dotati di una forza fisica eccezionale.

Il quarto e ultimo stadio vede il soggetto completamente ricoperto dalle placche, tanto da sembrare un gigante. Invincibile nel corpo a corpo, si può eliminare solo con l’ausilio di armi pesanti.



Il nostro Joel si barcamena contrabbandando merce di vario genere, in una Boston ormai fatiscente governata dai militari, assieme alla sua amica Tess.
Dopo un affare andato male, decidono di riprendersi il mal tolto.
In questa fase il gioco ci fa da tutorial nell’uso delle armi e delle tattiche stealth, che useremo in seguito durante tutto lo svolgimento dell'avventura.

Una volta conclusa la loro missione, fanno la conoscenza di Marlene, un membro delle Luci (un’organizzazione di umani fuori dal controllo dei militari) e, sotto pagamento, accettano di scortare fuori dalla città una ragazzina di nome Ellie. La signorina è stata morsa da un infetto tre settimane prima, ma a differenza degli altri umani il fungo non si è propagato e non la controlla… Ellie è immune al Cordyceps. 
Joel e Tess dovranno semplicemente lasciarla a un gruppo di altri membri delle Luci fuori Boston. Sembra semplice, ma in realtà non tutto andrà come deve.


Per quanto riguarda il gameplay, affrontiamo un misto fra survival horror, Metal Gear (giusto per la parte stealth), e il classico shooter in terza persona.

Ci muoviamo in un mondo tridimensionale artisticamente ispirato, ma piuttosto lineare. Un plauso va comunque agli sviluppatori per il level design perché, seppur non esistano più strade per giungere nello stesso posto, le mappe sono talmente ben costruite che si ha sempre l’impressione che esista un diverso modo per giungere a destinazione. Non si diventerà matti quindi per cercare il prossimo checkpoint, di fatto abbiamo la strada obbligata.

Si combatte sia all’arma bianca che con armi da fuoco (si va dalla classica pistola semi automatica, al lanciafiamme). Le munizioni sono un bene rarissimo da usare solo quando si è alle strette, la maggior parte dei nemici sarà meglio eluderli o eliminarli con oggetti consumabili che potremo costruire grazie al crafting; semplice e funzionale, possiamo fare pochissimi oggetti, ma tutti sono fondamentali: granate di chiodi, molotov, medikit, coltelli, fumogeni e mazze chiodate.
Questi oggetti possono essere fabbricati anche in combattimento, a patto di avere i materiali (lame, bende, alcool, esplosivi, zucchero, medicine e mazze).

Joel può migliorare le sue abilità tramite l’utilizzo di consumabili disseminati per il gioco, una volta raggiunto il numero corretto potrete spenderli per migliorare un’abilità.

Sparsi per le location troverete diversi tavoli da lavoro che potrete utilizzare per migliorare le vostre armi grazie ai componenti trovati durante i vostri viaggi.
I materiali per il miglioramento sono di un solo tipo, il gioco li chiama generalmente “pezzi” e ne troverete alcune centinaia di esemplari, non comunque sufficienti per migliorare al massimo ogni arma, dovrete quindi scegliere bene quale migliorare a scapito di un’altra.
Ovviamente lo spazio nel nostro zaino non è infinito e dovrete quindi valutare attentamente quando utilizzare un oggetto con profitto.


Sono tutte rose e fiori?
Ovviamente no.

Il sistema di controllo non è dei migliori, i movimenti di Joel sono spesso imprecisi e voltarsi di scatto di 180 gradi richiede il movimento dell’analogico sinistro e la pressione di un tasto. Nelle scene concitate non è facile disimpegnarsi da un nemico.
Non credo sia una mancanza da parte di Naughty Dog (Uncharted ha un sistema di controllo molto più versatile) ma bensì una scelta precisa di design (se vi ricordate i classici del survival, come Resident Evil, avevano questo 'difetto' di proposito, per mettere ansia ai giocatori).

Alcune armi, come l’arco, sono difficili da padroneggiare fino a quando non si ottiene l’upgrade per la stabilità.

In ogni caso il gioco scorre fluido anche quando si sceglie l’approccio “barbaro” a uno scontro mediante le armi da fuoco. Le armi sono variegate e ognuna ha la sua particolarità, sono divertenti da usare, ma soprattutto efficaci. Non vi sembrerà mai di avere in mano un giocattolo.


Graficamente siamo davanti al massimo che la Play 3 ha da offrire.
Tuttora non sfigura davanti ai giochi di nuova generazione.
Il motore è, a mio parere, la massima espressione di PS3, che già ci aveva lasciato a bocca aperta con i vari Uncharted, ma raggiunge nuove vette con questa produzione.
Texture pulite, frame rate sempre fluido tranne in rarissimi casi (diversi nemici su schermo con tonnellate di effetti), effetti particellari ottimi, modelli degli oggetti e delle armi davvero sopra la media.
Il punto forte sono le espressioni facciali dei protagonisti che restano un passo avanti a qualunque cosa attualmente in commercio, fatta esclusione per Uncharted (guarda un po’ sempre di Naughty Dog).
Tutte le ambientazioni sono evocative, e i modelli degli infetti sono strepitosi.
Si nota una cura minore (appena percettibile) sui modelli degli NPC rispetto ai due protagonisti, ma è un peccato davvero veniale.

L’intelligenza artificiale è molto buona, i nemici umani vi aggirano sempre e cercano di accerchiarvi in ogni occasione disponibile. L’unico neo è rappresentato dai compagni NPC che vi seguono in varie fasi della vostra avventura; tutta le fasi stealth si incentrano su Joel e tutti gli NPC alleati a zonzo per l’area di gioco vengono ignorati, capiterà spesso quindi di vedere Ellie accovacciata ai piedi di un infetto, o peggio di un umano, bellamente ignorata neanche fosse uno scatolone. A livello di gameplay non vi cambierà nulla dato che i vostri compagni prenderanno parte agli scontri solo una volta che siete stati scoperti, possiamo quindi considerarlo un difetto di poco conto.

Sul comparto sonoro non c’è granché da dire, la colonna sonora è godibile e gli effetti adeguati, tutto da manuale insomma, senza niente di trascendentale.

Ma allora il punto forte di questo ennesimo survival horror, shooter, stealth qual è?


Tutto ruota attorno ai due protagonisti, Joel ed Ellie.
E’ il loro rapporto a trainare il gioco.
Da principio due sconosciuti per diventare poi come padre e figlia.
Un passo tutt’altro che breve, che viene compiuto nell’arco temporale di un anno che saranno costretti a passare insieme vivendone di cotte e di crude.
Joel col tempo imparerà che dal passato non può fuggire e che forse sopravvivere non è abbastanza per lui.
Ellie, che non sarà più sola, potrà tornare a fidarsi del prossimo e quel prossimo non sarà poi così distante da lei quanto crede.

Sono entrambi personaggi perfattamente scritti, interpretati meravigliosamente sia dai doppiatori originali sia dai nostri italiani.
Tutto il gioco, per quanto godibile e ben fatto, non è altro che una scusa per raccontare questa storia d’amore fra Joel ed Ellie, quell’amore che solo un padre può provare per una figlia e che la figlia può provare per il padre.


E’ mia opinione che chiunque ami le belle storie videoludiche debba almeno una volta provare questo titolo, se non altro per capire che questo medium è talvolta superiore alle blasonate e statiche serie televisive. 

Poche volte mi è capitato di immedesimarmi tanto in un protagonista come mi è capitato con Joel. In tutto l’arco del gioco ogni scelta che faceva, per quanto difficile, mi convinceva, aveva senso… e sì, avrei fatto esattamente come lui.

L’ho adorato profondamente e l’ho capito… ho capito perché non poteva fare altro se non prendersi cura di Ellie: se sei padre lo resti per sempre, non è un interruttore che si spegne.


Hyunkel76

venerdì 23 giugno 2017

Torta di ciliegie Gluten Free

23 giugno 4 Comments

Carissimi Naviganti, rieccomi qua a parlare di cucina! 
Oggi vi racconterò della Torta di Ciliegie che ho preparato qualche giorno fa :)

Partiamo col dire che questa torta è semplicissima, ma davvero deliziosa e che questo è il periodo dell'anno perfetto per prepararla, visto che se ne trovano davvero di buonissime. 

Mio marito qualche giorno fa è tornato a casa con una cassa di meravigliose ciliegie, dono di un collega che ha splendidi alberi di questo frutto. Erano veramente tantissime per due sole persone e per non farle andare a male, ho dovuto ragionare un po' sul da farsi. Dopo averne portare un bel sacchetto ai suoceri, con le rimanenti ho deciso di fare una torta per mio marito, quindi ovviamente senza glutine. 

Ingredienti (per una tortiera da 24 cm A CERNIERA):
  • 450 grammi di ciliegie biologiche
  • 3 uova medie biologiche
  • 1 limone biologico e un cucchiaio raso di bicarbonato (se non volete usare una bustina di lievito per dolci gluten free)
  • 150 grammi di farina di riso senza glutine
  • 150 grammi di zucchero bianco
  • 90 grammi di amido di riso senza glutine
  • 100 grammi di burro 

A metà dell'0pera mi sono accorta di aver finito il lievito per dolci e così ho improvvisato, usando un trucchetto molto utile che è una validissima alternativa al lievito. Ovvero il succo di un limone e un cucchiaio raso di bicarbonato. Se lo fate anche voi, mi raccomando usate una ciotolina abbastanza capiente, perché il bicarbonato a contatto con il limone genera una discreta quantità di schiuma.


Si inizia denoccciolando le ciliegie precedentemente lavate. Io ho usato un coltello a lama liscia, ma se avete l'apposito snocciolatore, beh, usatelo! Mentre fate questo lavoro decisamente noioso, vi consiglio di accendere il forno. Impostatelo a 200 gradi, non ventilato. 

In un boule versate lo zucchero e il burro a temperaura ambiente fatto a pezzetti. Con un cucchiaio di legno mescolate a lungo, fino a formare una crema liscia. Aggiungete le uova e con le fruste elettriche lavorate il composto un paio di minuti. 

A questo punto setacciate la farina, l'amido e il lievito (a meno che non usiate il mio trucchetto). Mescolate con le fruste elettriche e infine con un mestolo di legno. Tutti gli ingredienti devono essere ben amalgamati e l'impasto deve risultare liscio e senza grumi.


Imburrate o foderate la tortiera con la carta da forno (io preferisco sempre la carta). Distribuite un generoso strato di composto sul fondo della tortiera e sopra adagiateci una per una le ciliegie tagliate a metà avendo cura di non sovrapporle. Con la parte del taglio rivolta verso il basso, mi raccomando. 

Con un frullatore a immersione, lavorate una manciata di ciliegie e riducetele in polpa. Versatela sullo strato di ciliegie all'interno della tortiera. A questo punto versate delicatamente il resto dell'impasto. Livellate con il dorso di un cucchiaio e distribuite un altro strato di ciliegie, nello stesso modo di prima, sulla superficie della torta, partendo dalla circonferenza. 


Quando il forno è andato in temperatura, infornate la torta e lasciatela cuocere per 1 ora. Vi consiglio di farle fare i primi trenta minuti nella parte bassa del forno e i restanti trenta nella parte centrale. Ovviamente trascorsa l'ora di cottura, fate la prova stecchino. 

Quando è pronta, sfornatela e prima di azzannarla attendete che arrivi a temperatura ambiente. Se il fondo della torta resta un po' più umido rispetto alla parte superiore, è normale. 


Potete conservarla fuori dal frigo per circa tre giorni, ma nel nostro caso è finita il giorno successivo grazie all'aiuto dei miei suoceri, che hanno gradito moltissimo. :) 

Purtroppo non ho pensato di fotografarla quando l'ho sfornata, quindi accontentatevi di uno scatto di ciò che ne è rimasto dopo un paio di passaggi di mio marito (e miei)!

E' ottima a colazione con un bel bicchiere di caffè o di latte, ma se la servite a una cena e volete fare i fighi, accopagnate ogni fetta con una pallina di gelato alla Vaniglia Bourbon. 

Per qualsiasi nozione inerente la celiachia, invece, vi rimando all’unico sito davvero attendibile nel quale potrete trovare risposta a ogni vostro dubbio. Il sito dell’Associazione Italiana Celiachia, AIC. Se però avete qualche domanda, più che altro incentrata sulla nostra esperienza personale, scrivetemi pure.




Con questa ricetta partecipo al #GFCalendar di giugno sulle ciliegie  di Gluten Free Travel & Living e la collaborazione di Silvia di Eppur non c’è.

sabato 17 giugno 2017

La pentola a pressione!

17 giugno 0 Comments

Bentrovati, cari Naviganti!
Quest'oggi ho il piacere di presentarvi la mia nuova bimba, ovvero il mio ultimo acquisto gastronomico. La pentola a pressione.

Dovete sapere che in casa mia si è sempre usata moltissimo, sia mia mamma che mio padre l'hanno usata quotidianamente per anni e io, già da bambina provavo verso di lei un timore reverenziale. L'ho sempre vista come una grossa bomba pronta a esplodere nella nostra cucina e quando i miei la usavano, facevo di tutto per starne alla larga. 

Mia suocera, di recente, ha ripreso a mano la sua vecchia Lagostina e quando io e mio marito andiamo da loro a cena, è tutta un decantare le qualità di questa pentola. Dalla velocità di cottura al risparmio sulla bolletta del gas, dalla facilità di utilizzo al rispetto della materia prima e così... mi ha fatto venire voglia. 

Vincendo la paura di una bella detonazione, mi sono messa a leggere e studiare tutto quello che riguarda questa pentola e ho scoperto veramente delle cose mirabolanti. 
Dopo giorni di studio approfondito sul funzionamento, sui materiali di costruzione, sui sistemi di sicurezza, ecc... (ormai posso dirmi esperta, quanto meno a livello teorico), ho deciso di prenderla, così sono iniziati altri giorni di studio per individuare marca, modello, materiale e dimensione migliore.

Leggi a destra e leggi a sinistra, alla fine ho puntato una pentola di una marca a me (lo ammetto) sconosciuta. La Kuhn Rikon, una marca svizzera. Il modello? La Duromatic
Ho scelto una dimensione media, 6 litri e grazie ad Amazon l'ho trovata in offerta pagandola decisamente meno del prezzo ufficiale. E' arrivata in pochi giorni e la sera stessa ci ho preparato il primo risotto ai funghi porcini. 

Ebbene, è stato amore a prima vista.



Vi elenco, senza costruirci un trattato, quelle che sono le qualità principali della pentola a pressione in generale, passando poi a spiegarvi quelle di questo modello in particolare.

  • 1. Una volta presa la mano, è facilissima da usare.
  • 2. I tempi di cottura si dimezzano clamorosamente, visto che cuoce in modo uniforme fra i 120 e i 130 gradi.
  • 3. La cottura avviene con la fiamma al minimo, perciò il risparmio sulla bolletta è davvero importante. Sia del gas che dell'elettricità, in caso di fornelli a induzione. 
  • 4. La cottura veloce e a pressione, permette di mantenere intatte le qualità di quasi tutti gli alimenti. 
  • 5. E' possibile cucinare una vastissima varietà di pietanze, dall'antipasto al dolce. Avete sentito bene, potete farci persino i dolci.
  • 6. Si possono usare ben quattro metodi di cottura: Normale (a pentola aperta, magari per rosolare o brasare), bollitura (come i minestroni o lo spezzatino, tanto per fare due esempi), al vapore, usando il cestello -spesso in dotazione- e al cartoccio
  • 7. Alcuni piatti che normalmente richiedono una cottura in forno (come i dolci) sono realizzabili anche in pentola a pressione. D'estate, fra caldo e condizionatori che sparano aria fredda, non dover accendere il forno, è una pacchia. 
  • 8. Non è così pericolosa come può sembrare. E' sufficiente tenere le valvole pulite e rispettare un paio di regoline sulla manutenzione e sulla cottura (tipo non riempire la pentola oltre il limite consentito dalle tacche interne e non dimenticare MAI di aggiungere l'acqua). 
  • 9. E' una pentola che resiste una vita. Conosco persone che stanno tutt'ora usando la stessa pentola a pressione dagli anni 80. Quindi è un bell'investimento.
  • 10. Ormai quasi tutti i modelli sono lavabili in lavastoviglie (il coperchio però è meglio lavarlo a mano). 
  • 11. Con la pentola a pressione potete anche sterilizzare gli oggetti, vedi i biberon o i vasetti di vetro per la marmellata, giusto per fare due esempi. 
  • 12. Non dovrete più pulire i fornelli (o quasi), perché la cottura a pressione non schizza.

La Kuhn Rikon che ho comprato io è una favola, ha conquistato persino mio marito che si diverte a cucinare con me :)


Prima di tutto ha un coperchio dannatamente intelligente. Si chiude e si apre con una comodità disarmante. I manici non si surriscaldano e non ha, come la maggior parte delle pentole a pressione, la leva a "passo d'uomo" per aprirla e chiuderla. La valvola di sicurezza sfiata verso il basso ed è impossibile scottarsi. E' esteticamente bella e al tatto è palese che si tratti di un prodotto estremamente serio. Ha un fondo fantastico che non permette quasi mai agli alimenti di attaccarsi (attenzione alle infarinature) e propaga il calore molto velocemente e in modo uniforme. Va in pressione in pochissimo tempo anche su un fornello dalle dimensioni medie e rispetto alle altre marche cuoce in un terzo del tempo. Il risotto che ho cucinato la prima volta, ma anche quello di ieri sera con zucchine e zafferano, ci ha impiegato 5 minuti di orologio. Giuro. 

Un risotto in 5 minuti. Se non è una favola questa... 

E' semplicissima da pulire e facilissima da usare. Dopo averla acquistata e provata, mi sono messa alla ricerca di qualche bel ricettario e per puro caso ho trovato un sito specializzato in pentole a pressione che spiegava perfettamente il funzionamento dal punto di vista scientifico e le origini della pentola. Ho scoperto che la pentola a pressione come la conosciamo oggi è stata inventata nel 1949 da un signore di nome Jacques Kuhn. E il primo modello che costruì e commercializzò fu... indovinate? La Duromatic! 
Potete immaginare quanto sia stata felice e fiera di me, per aver scelto proprio questa marca e questo modello, senza saperlo :)

L'elvetico inventore della pentola a pressione si è spento a 97 anni, nel 2016. In realtà la pentola a pressione esisteva già, anche se era più una vaporiera (inventata dal fisico francese Denis Papin nel 1679, lo stesso a cui dobbiamo il motore a vapore), ma Jacques Kuhn la rese sicura. Si deve a lui infatti l'invenzione della valvola di sicurezza, che indica la pressione e la mantiene costante. In pochissimo tempo, grazie a questa invenzione, la pentola a pressione è entrata nelle case di tutto il mondo.  

Kuhn però non divenne famoso solo per la sua invenzione. Nel 1963 il governo elvetico decise di dare asilo a mille tibetani in fuga dall'occupazione cinese e Jacques, con suo fratello Henri, mise a disposizione dei profughi posti di lavoro e alloggi per conto della Croce Rossa. Da quell'esperienza nacque l'Istituto Tibetano, che comprende il primo monastero tibetano in Europa, inaugurato dal Dalai Lama in persona. 

E la volete sapere una chicca che riguarda quest'uomo così brillante? Compiuti gli 88 anni, decise di sposare la donna della sua vita e insieme alla moglie si mise a scrivere romanzi gialli!



Insomma, Jacques Kuhn era un grande uomo e sono davvero contenta di aver acquistato proprio la sua creazione che, vi assicuro, è uno spettacolo. 

Se amate cucinare e soprattutto se non avete tantissimo tempo da dedicare a questa bella arte, la pentola a pressione è un oggetto al quale non potete rinunciare. 

Avete mai cucinato a 5.800 metri sotto il livello del mare? Volete sapere come funziona scientificamente una pentola a pressione? Allora fate un salto qua : )

mercoledì 14 giugno 2017

Cheesecake Mojito Gluten Free

14 giugno 0 Comments

Bentrovati, cari Naviganti! Rieccomi qua a parlare di delizie culinarie. 
Oggi, come avrete capito dalla fotografia qua sopra, vi racconterò come realizzare una golosissima Mojito Cheesecake Gluten Free! 

Con questo caldo accendere il forno non è affatto un gran piacere, quindi concorderete con me quando dico che siamo nel periodo perfetto dell'anno per realizzare ottime cheesecake. E cosa c'è di meglio di una cheesecake al gusto del vostro cocktail preferito? Personalmente amo tantissimo il Mojito, rinfrescante, limpido e dolce al punto giusto, quindi mi è sembrata una scelta perfetta! 



Questa cheesecake, che vi mostrerò anche in altre varianti, non richiede cottura, ma solo un lungo riposo in frigo. Consiglio quindi di farla al mattino, se potete, così da poterla gustare a cena. Oppure è possibile anche realizzarla la sera, per mangiarla il giorno successivo. 

Come ho scritto in un altro post, le cheesecake ormai sono un po' il mio cavallo di battaglia, e col passare del tempo le ho migliorate rendendole meno caloriche del solito. 

Andiamo a vedere cosa serve, per preparare la nostra Mojito Cheesecake senza glutine! 

Ingredienti (per una tortiera da 24 cm A CERNIERA):

  • 600 grammi di Philadelphia (volendo light)
  • 100 grammi di zucchero di canna biologico
  • Maizena, circa due cucchiai
  • 3 lime biologici lavati molto bene
  • Un ciuffetto di menta freschissima e biologica
  • Uno shot di rum o una fialetta di essenza per dolci al rum (senza glutine)
  • 200 grammi di biscotti Sarchio al limone senza glutine
  • 100 grammi di burro 
  • 1 vasetto di yogurt al lime, se non lo trovate va benissimo anche al limone, ovviamente senza glutine
  • Un paio di cucchiai di acqua

Per prima cosa prepariamo la tortiera. Potete imburrarla, oppure, come faccio io, foderarla di carta da forno precedentemente bagnata e strizzata. Mettete a bagnomaria il burro fino a scioglierlo completamente. Va bene anche un minuto nel microonde. Poi frullate i biscotti senza glutine fino a ridurli in polvere. Alcuni aggiungono ai biscotti frullati, due cucchiai di zucchero, ma io preferisco non farlo. Nei biscotti c'è già abbastanza zucchero e non vedo il motivo per aggiungerne altro. Unite il burro fuso ai biscotti e mescolate con un cucchiaio di legno. A questo punto versate il composto nella teglia e con il dorso di un cucchiaio di metallo, livellate e pressate per formare una base compatta. Riponete la base in freezer. 

Passiamo a creare la farcia. Grattugiate la buccia di un lime (mi raccomando, non grattugiate troppo a fondo, la parte bianca rende il gusto amarognolo) e spremetene il succo in un bicchiere. In un boule di vetro mettete il Philadelphia, lo zucchero di canna, il succo del lime, la buccia grattugiata, il vasetto di yogurt e il rum. Mescolate il composto molto bene.  

Non è necessario usare la colla di pesce (che orrore) e nemmeno la versione vegetale, l'Agar Agar. Dopo diverse ore in frigo, la torta resterà bella compatta anche senza trucchi. L'importante è non tenerla fuori dal frigo a lungo, nel momento in cui la mangerete. 

Nel caso non sappiate come viene fatta la colla di pesce, vi riporto un estratto da Wikipedia. 

Oggi sul mercato sono presenti principalmente gelatine, impropriamente note come colla di pesce, prodotte prevalentemente utilizzando la cotenna del maiale insieme a ossa e cartilagini anche di origine bovina, che hanno un contenuto proteico rilevante: 86 g per 100 g di prodotto. L'80% della gelatina alimentare di origine animale prodotta in Europa è derivata dalla cotenna del maiale. Il 15% viene ricavato dal bifido bovino, cioè da uno strato sottile presente sotto la pelle. Il rimanente 5% viene ricavato quasi tutto da ossa di maiali e bovini.

Non è necessario nemmeno usare la panna, caloricissima e pesante da digerire. 

Tirate fuori dal freezer la base (deve stare almeno 15 minuti) e versateci sopra il composto. Livellate col dorso di un cucchiaio di metallo e riponete in frigo almeno due ore. 

Passate le due ore (minimo!) andiamo a fare la gelatina e la decorazione finale. Anche in questo caso, per fare la gelatina non c'è nessun bisogno della schifosissima colla di pesce e nemmeno dell'Agar Agar. 

Grattugiate la scorza di un lime e spremetene il succo. Fate a fettini sottili una parte del terzo lime, mettetele da parte e spremete anche lui. In un pentolino antiaderente versate il succo dei lime, la buccia grattugiata e un paio di cucchiai di acqua (se volete, anche un cucchiaino di rum). Accendete la fiamma e mescolate. 

Quando il composto inizierà a scaldarsi, versate la maizena e da questo momento non smettete MAI di mescolare. Vedrete che il composto da liquido, piano piano inizierà a solidificare e a diventare gelatinoso. Correggete di acqua o di maizenza se pensate sia necessario. Alla giusta consistenza spegnete il fuoco e fate intiepidire. 

Versate poi la gelatina sulla torta e riponete di nuovo in frigo per qualche ora. Quando sarà il momento di servirla, potrete decorarla con le fettine di lime e con le foglioline di menta fresca che avete ovviamente lavato e asciugato in precedenza. 

Per qualsiasi nozione inerente la celiachia, invece, vi rimando all’unico sito davvero attendibile nel quale potrete trovare risposta a ogni vostro dubbio. Il sito dell’Associazione Italiana Celiachia, AIC. Se però avete qualche domanda, più che altro incentrata sulla nostra esperienza personale, scrivetemi pure.

venerdì 9 giugno 2017

Dorayaki Gluten Free

09 giugno 0 Comments

Ultimo post dedicato alla cenetta orientale Gluten Free che ho preparato al mio maritino, qualche settimana fa! Oggi parliamo quindi del dolce! Dopo avervi raccontato come fare i Gamberi Imperiali all'orientale, gli Spaghetti di riso saltati con le verdure e il Pollo alle mandorle, quest'oggi vedremo come si fanno i Dorayaki alla Nutella!

Cosa sono i Dorayaki, prima di tutto? Sono dolci tipici giapponesi, composti da due pancake sovrapposti e serviti normalmente con una farcia dolce chiamata Anko; una salsa di fagioli rossi (gli Atzuki), ma che noi occidentali preferiamo sostituire con una generosa dose di Santa Nutella, che come forse sapete, è senza glutine e decisamente più maiala dei fagioli. E per favore tacete sulla faccenda dell'olio di palma. Il vero amante della Nutella la mangerebbe anche se contenesse olio di motore! :)
Vediamo insieme come si fanno!

Ingredienti (per 6 Dorayaki):

  • 60 Ml di acqua (c'è chi usa il latte, ma è sbagliato)
  • 2 uova
  • 150 grammi di farina senza glutine
  • Un cucchiaino raso di bicarbonato (c'è chi usa del normale lievito per dolci, ma nella ricetta originale è previsto solo il bicarbonato e vi assicuro che vengono benissimo)
  • 100 grammi di zucchero a velo senza glutine
  • 1 cucchiaio e mezzo di miele
  • Se lo avete (ma attenzione perché non è senza glutine) un cucchiaio di Sake dolce, meglio conosciuto come Mirin
  • Olio di semi di girasole, solo per ungere la padella

In un boule di vetro versate la farina setacciandola, la punta di bicarbonato (che sostituirà il lievito) e lo zucchero a velo (se avete il Bimby come me, potete farvelo da soli partendo dallo zucchero normale). A questo punto uniamo anche le uova, il miele e l'acqua a temperatura ambiente. Con una frusta sbattete tutto, prima dolcemente poi con vigore fino a ottenere un composto liquido senza grumi, che in Giappone si chiama Kasutera.

Scaldate una padella a fuoco medio, meglio se quella per le crepes, e ungetela con un filo d'olio. Asciugate quello in eccesso con un pezzetto di carta da cucina. Versate un mestolo di pastella al centro della padella e aspettate fin quando su tutta la superficie non iniziano a comparire piccole bollicine. 




A quel punto è il momento di voltare il Dorayaki e cuocerlo per un altro minuto. Ovviamente in base a quanta pastella utilizzerete, potrete ottenere Dorayaki più o meno grandi. Considerate che non devono somigliare a una crepe, ma a un pancake americano, solo più alto e più soffice. 

Una volta cotti tutti i vostri Dorayaki, potrete farcirli con la Nutella (o con quello che volete, come miele, marmellata, crema pasticcera, sciroppo d'acero, d'agave, crema al latte, gelato, ecc...).

Se volete fare i fighi come ho fatto io (ma purtroppo non ho le prove fotografiche), mettete sopra a ogni Dorayaki una puntina di farcia e sopra ancora sistemateci un Alkekengi. L'effetto estetico ne guadagnerà tantissimo e farete certamente un figurone. Li ho fatti anche ai miei suoceri e ne sono andati matti.



Giusto qualche chicca su questi dolci semplicissimi, ma strepitosi: 

La parola Dora, in giapponese, significa Gong e probabilmente è da questo strumento che prendono la forma i Dorayaki. La leggenda vuole che il samurai Benkei, che si nascondeva a casa di un gentile contadino, dovette scappare in tutta fretta e nella fuga dimenticò il suo gong. Il contadino lo trovò e non sapendo cosa farci decise di usarlo come una grande piastra, cuocendoci i primi Dorayaki, che presero il nome proprio dal gong, "dora". 

In altre zone del Giappone, come Nara, Kobe, Kyoto e Osaka, questo dolce si chiama Mikasa. Ovvero il nome di una montagna nel parco di Nara. Da quel che so, la parola Mikasa significa anche cappello di paglia.

I Dorayaki sono noti per essere il piatto preferito di Doraemon, protagonista dell'omonima serie animata giapponese.

In origine, i Dorayaki erano composti da un solo pancake e la versione "a panino" è nata solo nel 1914 dalla pasticceria Usagiya, nel quartiere di Ueno. A tutt'oggi, l'omonimo negozio, viene considerato il migliore di tutto il Giappone e si trova a Tokyo a questo indirizzo: Ueno, Taito-ku, Tokyo 1-chome, No. 10, No. 10. 

Ah, è chiuso il mercoledì!  :)



Per qualsiasi nozione inerente la celiachia, invece, vi rimando all’unico sito davvero attendibile nel quale potrete trovare risposta a ogni vostro dubbio. Il sito dell’Associazione Italiana Celiachia, AIC. Se però avete qualche domanda, più che altro incentrata sulla nostra esperienza personale, scrivetemi pure.

domenica 4 giugno 2017

Pollo alle mandorle Gluten Free

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Rieccomi cari Naviganti, sono di nuovo qua per raccontarvi del secondo! Come dite? Non sapete di cosa sto parlando? Beh, allora fate un salto qua, dove parlo dell'antipasto (Gamberi imperiali all'orientale) e qua, dove parlo del primo (Spaghetti di riso saltati alle verdure)!

Si tratta di una cenetta a tema orientale che ho fatto al mio maritino celiaco che, ahimé, non può più frequentare ristoranti cinesi, giapponesi e nemmeno quelli thailandesi o vietnamiti.

Oggi parlerò del mio pollo alle mandorle. Piatto piuttosto semplice, ma solo all'apparenza. Devo dire che sono diventata molto brava e ora il mio pollo alle mandorle è sempre molto richiesto. Persino dai miei suoceri. Diciamo che, insieme alle Cheesecake e al Ramen (rigoramente occidentalizzato), è diventato il mio cavallo di battaglia! 

Vediamo come si fa.

Ingredienti (per due persone MOLTO affamate):


  • 400 gr di petto di pollo intero (non in filetti sottili)
  • Zenzero fresco
  • Salsa di soia Tamari (l'unica senza glutine)
  • Maizena (o amido di riso, o farina senza glutine)
  • 1 cipolla bianca
  • Acqua
  • 50 grammi di mandorle pelate
  • Olio di semi di girasole

Per prima cosa procuratevi un coltello serissimo per poter ridurre il pollo a dadini di circa 2/3 centimetri. Io ne uso uno di ceramica e lo trovo perfetto. Ovviamente eliminate tutto quello che è grasso, tendini e il piccolo ossicino che di solito viene lasciato in quel tipo di taglio.




Una volta pronti, infarinate con la maizena i dadini usando le mani. Potete farlo su un tagliere, ma io consiglio un boule di vetro e magari un colino, così da far cadere nel boule la farina in eccesso.

Pulite e tagliate la cipolla in fettine sottilissime. Grattugiate lo zenzero fresco.
Prendete il wok, scaldate 2 cucchiai di olio di semi di girasole, e fate imbiondire la cipolla insieme allo zenzero. 




Già a questo punto dovreste sentire un profumo delizioso invadere la vostra cucina. Quando la cipolla è appassita, iniziate a mettere i dadini di pollo nel wok sempre con le mani, ma non tutti insieme! Questo passaggio è molto importante per evitare che i pezzetti di pollo rimangano tutti attaccati fra loro creando il famoso mappazzone di Chef Barbieri. Mettete una decina di pezzetti nel wok, aspettare qualche secondo senza toccarli e poi mescolateli con un cucchiaio di legno, dopo di che aggiungete altri pezzetti e via così, fino a terminare il pollo.

Quando i pezzetti saranno tutti rosolati a dovere, sfumateli con una paio di cucchiai di salsa di soia e mezzo bicchiere d'acqua. Coprite il wok con un coperchio possibilmente di vetro, abbassate la fiamma, ma non al minimo, e fate andare il pollo per circa un quarto d'ora (io lo lascio anche venti minuti). Giratelo ogni tanto.



Vi ricordo che il pollo crudo è pericolosissimo. Fatto in questo modo, quindi coperto e in una salsa liquida fatta di olio, salsa di soia e acqua, si cuocerà rimanendo morbidissimo, tanto da sciogliersi in bocca. Mentre il pollo cuoce, prendete una padellina, metteteci le mandorle e fatele tostare per qualche minuto, saltandole. 



Una volta pronte unitele al pollo con una vigorosa mescolata. Altri due minuti e il pollo sarà pronto per essere servito ancora caldissimo.


Se volete fare i fighi, servitelo accanto a una pallina di riso bianco basmati.

Per qualsiasi nozione inerente la celiachia, invece, vi rimando all’unico sito davvero attendibile nel quale potrete trovare risposta a ogni vostro dubbio. Il sito dell’Associazione Italiana Celiachia, AIC. Se però avete qualche domanda, più che altro incentrata sulla nostra esperienza personale, scrivetemi pure.

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